Oggi:

2019-01-20 20:57

Panda, Bugie e Kamikaze

REWIND 2004. IL “LUNGO FALLIMENTO” VERDE

di: 
Mario Signorino

Le incapacità dei movimenti ambientalisti e la regressione culturale delle élites.

 

Si erano presentati, tanti anni fa, come giovani panda contro le vecchie volpi della politica; e ora sono ridotti, in tanti, a suonare il piffero per tutti gli estremismi. E quasi nessuno che si dissoci, perché la cosa è trendy, perché il nemico è comune, ha le stelle e strisce e non firma Kyoto; perché infine quasi tutti praticano l’estremismo verbale, quello dell’apocalisse ecologica.

È invecchiato così il movimento dell’ambientalismo politico, 30 anni dietro le spalle, un’identità perduta e, davanti, incerti scenari di sopravvivenza. Ha conosciuto una rapida ascesa e poi il declino; ha conseguito importanti successi ma non è riuscito a portare l’ambiente nel vivo del dibattito politico. Forse anche per questo, per coprire una difficoltà che non riesce a gestire, ha cominciato a spararle grosse, trasformando la questione ambientale in un reality show a tinte fosche, in cui ogni problema diventa una catastrofe, i rischi sono sistematicamente esagerati, gli aspetti positivi ignorati, i termini reali dei problemi stravolti. Eppure, neanche in un simile show l’ambiente ha un posto centrale, essendo diventato piuttosto la materia, il pretesto di una predicazione ideologica di tipo fondamentalista.

Ecco dunque un primo paradosso: la “controproduttività” (direbbe così Ivan Illich) del movimento ambientalista. Nella stragrande maggioranza delle sue componenti, questo movimento ha preso una strada senza uscita, non aiuta a migliorare l’ambiente ma rappresenta ormai un problema aggiuntivo. Le sue iniziative, facendo leva sulla paura e sull’egoismo della gente, sono di ostacolo alla soluzione dei problemi ambientali.

Da Stoccolma a Porto Alegre
Quando in intere regioni, diciamo in Campania, si ammassano i rifiuti nelle strade e nelle discariche abusive e gli ambientalisti si battono contro gli inceneritori, producono un danno ambientale e un ancor più grave tracollo civile. Quando s’intruppano con sindaci e parroci per impedire la localizzazione di un deposito nazionale delle scorie radioattive, ostacolano la messa in sicurezza di tali rifiuti e quindi espongono l’ambiente a rischi evitabili. E quando dicono: “mandiamoli nell’est europeo” (come Realacci durante le manifestazioni di Scanzano), dimostrano quanto misera sia la loro etica politica.

Quando si battono contro qualsiasi tipo d’impianto industriale, lavorano contro l’ambiente; “non nel mio cortile” significa rifiutare i costi, sia dello sviluppo, sia della tutela ambientale. Quando fanno la guerra a tutte le grandi infrastrutture, comprese quelle ferroviarie (“abbiamo posto un no politico”, diceva anni fa la portavoce dei verdi), impediscono di migliorare l’attuale sistema di mobilità e danneggiano quindi l’ambiente e l’economia. Quando, dopo aver perso questa guerra, non s’impegnano per ottenere una migliore gestione ambientale nella realizzazione delle opere, si dimostrano politicamente insignificanti e cinici.

Quando inventano pericoli inesistenti a detta degli esperti, come ad esempio l’elettrosmog, o spaventano la gente con i presunti e mai dimostrati rischi sanitari degli OGM, inducono sprechi di risorse economiche e rallentano l’innovazione. Quando ogni giorno annunciano una catastrofe imminente, tolgono credibilità anche alle denunce serie e disarmano la società di fronte ai rischi effettivi che possono colpirla.

In sintesi: il movimento ha dismesso il suo core business, vale a dire la sua responsabilità verso l’ambiente, per coltivare una facile popolarità, per sfuggire alle fatiche delle riforme, per puntare a una predicazione piagnona e apocalittica che ne ha fatto la mosca cocchiera dell’estremismo occidentale. Così facendo, ha ripudiato le ragioni della sua stessa crescita e la sua legittimazione civile. Da Stoccolma, attraverso Rio, è finito a Seattle, Porto Alegre, Genova. Sono i suoi capilinea: l’ambientalismo politico ha chiuso bottega come forza autonoma per annullarsi nel calderone no-global.

Ma non sembra preoccuparsene: se la forza politica e il consenso elettorale calano, soprattutto in Italia, ci sono modi diversi di contare, nuove posizioni di rendita da coltivare. Oggi si fa marketing con il catastrofismo e la paura. La protesta paga facile, dà visibilità, procura posti e prebende. Se uno strilla contro qualsiasi cosa, conta eccome. Magari le imprese pensano che mettendo mano al portafogli evitano un mucchio di fastidi. Possono pensarlo pure i partiti e i governi. Basta gridare più forte degli altri e avere garanzie di visibilità; ma questa, per l’ambientalismo di rendita, è assicurata: i media sono complici naturali di tutti gli allarmismi.

Un messaggio da setta
Sono un ambientalista, mi occupo di problemi ambientali da poco meno di 30 anni. Il processo che ho descritto ha cancellato le posizioni come le mie, che nel linguaggio corrente si definirebbero riformiste. Non avendo più grilli ideologici per la testa e badando al merito dei problemi, mi ritrovo a operare in un ambito ostile, popolato di individui con i quali non ho alcuna affinità; giudico anzi detestabili il loro modo di presentare i problemi ambientali, a seconda dei casi melenso o apocalittico, e le loro idee generali. Non riconosco in loro nessuna delle ragioni che mi hanno spinto a occuparmi di ambiente.

Su quasi tutte le questioni controverse, stanno dalla parte peggiore. Sono dirigisti in economia, fautori di divieti, lacci e laccioli opprimenti, ostili alle innovazioni tecnologiche. In politica, sono contro le democrazie occidentali che accusano di distruggere il pianeta, sono contro Israele e chiamano “Resistenza” i kamikaze palestinesi. Nello scontro generale tra innovazione e conservazione, stanno in prima linea, ma quasi sempre dalla parte dei conservatori.

Non erano queste le persone e le idee che ho conosciuto agli inizi, in Europa, negli anni ’70; o almeno non erano quelle che contavano. Allora le consideravo zavorra; e invece hanno stravinto e ora, agli occhi della gente, ci rappresentano tutti, parlano a nome di tutti, influenzano i media. Ma che vittoria è questa, se è vero che in politica non contano nulla e si segnalano solo per la loro capacità di spacciare conformismo e pregiudizi?

Perché il punto è questo: il messaggio ambientalista che è prevalso e circola ora in tutto il mondo è un messaggio da setta. Interpreta lo sviluppo in termini criminali, propaga la teoria del peggioramento continuo delle condizioni ambientali e annuncia catastrofi. È in questo modo che oggi viene presentata la questione ambientale, è così che vengono descritti lo stato del pianeta e il nostro destino. Pochi si accorgono che questo messaggio è il frutto di manipolazioni brutali della realtà e che in esso, oltretutto, l’ambiente occupa un posto piccolo piccolo.

Quello di oggi è l’approdo finale di un movimento politico e culturale che nella sua breve storia ha estirpato al suo interno ogni diversità e ripudiato le due opportunità più positive che gli si presentavano: sul piano politico, la scelta riformista, cioè l’impegno per migliorare le politiche di governo, chiave di volta della tutela ambientale; su quello culturale la critica, non allo sviluppo industriale, ma ai condizionamenti che esso esercita sulla qualità della vita. Nell’intreccio di queste due opzioni consisteva la vera novità dell’ambientalismo delle origini. Entrambe sono state messe ai margini del movimento, a seguito dell’affermazione di un’egemonia ideologica di sinistra. Noto questo per dovere di cronaca, non perché lo schema destra/sinistra abbia qualche senso in riferimento a questi problemi.

Una questione riformista spacciata per rivoluzionaria.
Si può cogliere, in questa vicenda, un’operazione di illusionismo ideologico: una questione tipicamente riformista, quale quella della buona gestione dell’ambiente, è stata mascherata da obiettivo rivoluzionario. Una questione senza colore politico è stata spacciata per una battaglia di sinistra. Un nuovo filone di riforme, reso possibile dallo sviluppo economico, è stato interpretato come la prova capitale della natura distruttiva del capitalismo.

Date un’occhiata alla cronaca o anche solo alla cronologia dei fatti. Dicono due cose: che la questione ambientale è un tipico prodotto dell’Occidente affluente, quindi dello sviluppo economico e della democrazia; e che non esiste il Nemico, almeno non nelle istituzioni, che sono caso mai “concorrenti”. Al suo nascere, infatti, il movimento ambientalista non ha posto una questione su cui le istituzioni si rifiutavano di provvedere. Al contrario, si è sviluppato dopo l’avvio di un processo istituzionale che ha introdotto gradualmente in tutti i paesi democratici i temi dell’ambiente nelle politiche di governo.

Per consenso degli analisti, infatti, la storia politica della questione ambientale è iniziata con i provvedimenti adottati dagli Stati Uniti, con Nixon presidente, nel 1969-70: il National Environmental Policy Act e la costituzione della Environmental Protection Agency (EPA). Si attivavano poi le organizzazioni internazionali: l’ONU, l’OCSE, il Consiglio d’Europa. Nel 1972 si teneva a Stoccolma la conferenza dell’ONU “sull’ambiente umano”. La CEE si muoveva con qualche ritardo, ma già con la dichiarazione di Parigi del 1972 inseriva l’ambiente tra le cosiddette materie implicite, perseguibili cioè anche in assenza di un’esplicita previsione nel trattato istitutivo. Nel 1973 la Commissione europea, presieduta dall’olandese Sicco Mansholt, estimatore delle tesi del Club di Roma, varava il primo piano d’azione per la protezione dell’ambiente. Negli anni successivi, sotto la spinta dei paesi del nord Europa – soprattutto Germania, Olanda e Danimarca -  la Commissione si impegnava a fondo per colmare il gap con gli Stati Uniti.

Nell’arco di un ventennio, ministeri e agenzie tecniche venivano istituiti in tutto il mondo democratico, prima nell’Europa del nord, poi in Giappone, fino a coinvolgere anche i paesi mediterranei. Straordinario lo sviluppo del negoziato internazionale sull’ambiente che portava alla formazione di una vera e propria eco-diplomazia, la stessa che è stata poi protagonista dell’ambizioso progetto di Rio de Janeiro. L’Italia si è mossa tra gli ultimi, con almeno un quindicennio di ritardo; ed è un ritardo che ha pesato su tutta l’evoluzione successiva.

È solo intorno alla metà degli anni ’70 che il movimento dell’ambientalismo politico ha cominciato a diffondersi e ad affermarsi in maniera significativa. L’Europa è stata la sua culla d’elezione. Nella seconda metà degli anni ’80 si affermavano gruppi ambientalisti anche all’interno dell’URSS in declino; mentre permangono ancor oggi deboli le presenze nel Terzo mondo, con l’eccezione dell’America Latina.

C’è un episodio che mostra come, fin dagli inizi, questo movimento avesse una propensione al fraintendimento della realtà. Nel suo libro cult “Il cerchio da chiudere” (1971), Barry Commoner definiva “un evento di dimensione storica”, non i provvedimenti di Nixon, ma le proteste della “Settimana della Terra” dell’aprile 1970 contro l’inquinamento, il militarismo e l’amministrazione Nixon, proprio quella che per la prima volta aveva inserito l’ambiente nelle politiche di governo!

Non è invece effetto di una mistificazione il fatto curioso che in Europa il movimento abbia conosciuto il suo momento di maggior successo proprio quando le istituzioni erano più impegnate, con poche eccezioni, nel processo di costruzione delle politiche ambientali. Si può ipotizzare infatti che, nella fase iniziale, si sia realizzata una sorta di rincorsa tra le proteste della società civile e gli addetti ai lavori all’interno dell’amministrazione pubblica.

Il conflitto nelle istituzioni
Quella ambientale è una new entry tra le politiche di governo: una sorta di parente povera, agli inizi, ma assai aggressiva e conflittuale; certo molto più aggressiva della politica dei beni culturali, cenerentola di tutte le compagini di governo. Le sta stretta peraltro anche la qualifica di politica di settore; e si è molto discusso infatti se non si tratti piuttosto di problematiche trasversali a tutte le altre politiche di governo. Anche in Italia nel 1986 c’è stata una ripresa (presto svanita, per la verità) di tale discussione al momento d’istituire il ministero dell’ambiente.

Si tratta insomma di una politica che tende costantemente ad uscire dai propri confini per scontrarsi direttamente con la grande antagonista: la politica economica. Ciò è dovuto in parte all’oggetto stesso dei suoi interessi, che spesso richiede la composizione di interessi in contrasto; in parte a una propensione dei burocrati pubblici a usare strumentalmente tali caratteristiche per imporsi all’interno dell’amministrazione. In parte può dipendere dalla scelta istituzionale operata dai paesi europei, in difformità dal modello americano, quando si trattò di dare rappresentanza all’ambiente nelle compagini di governo: un ministero di gestione settoriale in materie in cui l’interscambio, se non il conflitto, con altri settori è assai vasto. In una simile architettura, un ministro dell’ambiente è condannato a oscillare tra il conflitto con i colleghi di governo e una gestione trasandata e ancillare, ma un politico ambizioso sarà sempre incentivato a cercare visibilità attraverso lo scontro duro con il suo stesso governo.

Concettualmente più semplice e gestibile appare la scelta operata negli USA, basata fin dall’inizio su due pilastri: a livello istituzionale, invece di un ministero politico un organismo tecnico-scientifico (l’EPA) teoricamente in grado di rapportarsi con tutti i settori di governo; a livello operativo, uno strumento flessibile come la valutazione d’impatto ambientale (VIA), pensato per ottimizzare dal punto di vista ambientale gli investimenti pubblici e privati. Ciò ha permesso di evitare per molto tempo i problemi riscontrati in Europa, ma non ha evitato alla fine che anche in quel contesto si verificassero tensioni tra l’esecutivo e la rappresentanza, sia pure di livello tecnico, degli interessi ambientali. Probabilmente il vero problema è che la politica ambientale ha dei confini oggettivi, che gli addetti ai lavori tentano continuamente di superare.

L’esperienza di questo trentennio ha dimostrato che la politica ambientale ha vinto in gran parte la sua competizione all’interno della burocrazia pubblica. Parente stretta all’origine della sanità pubblica, che ne ha segnato i primi passi, ha sottratto ambiti importanti alle altre politiche di settore, industriale, agricola, commerciale, sanitaria, dei lavori pubblici; cosa che ha spesso portato a una duplicazione o ridondanza di procedure burocratiche. È interessante notare che questa affermazione si è registrata nella concreta azione amministrativa ma molto meno sul piano politico. Anche se, negli anni più recenti, essa ha palesato l’ambizione di condizionare tutte le altre politiche di governo, proponendosi come la sede più appropriata per una loro virtuosa integrazione.

La botte poteva dare altro vino?
Sta di fatto che neanche nei primissimi tempi il movimento ambientalista è stato un protagonista solitario, dovendo spartire la scena con i governi e con gli organismi internazionali, oltre che fare i conti con il processo di sviluppo economico e tecnologico. D’altronde, è l’azione combinata di questi tre attori che ha determinato, nel bene e nel male, la storia della questione ambientale in occidente.

Sul piano sostanziale, ciò avrebbe dovuto conferire al movimento un ruolo di spinta, di sollecitazione, di denuncia ma anche di proposta. E in effetti è questa la strada che esso ha imbroccato a livello internazionale, sviluppando un’azione sistematica di lobbying in tutte le sedi decisionali - Unione europea, ONU, Banca Mondiale, G8 – che è poi culminata nella straordinaria presenza alla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992.

L’esito più appariscente di tutto questo è stata l’introduzione di regolamentazioni del mercato sempre più severe che, insieme con i progressi delle tecnologie, hanno indotto forti trasformazioni nei modi di produzione e migliorato le condizioni dell’ambiente. Insomma, esiti importanti ma tipicamente “riformisti”: difficile attribuirgli una valenza rivoluzionaria.

Altrettanto difficile inquadrare la questione ambientale e l’ambientalismo politico nello schema tradizionale destra-sinistra. Se mai, poteva essere avvertita una qualche parentela con correnti di pensiero di segno elitario; vale a dire, con quei pionieri del protezionismo naturalistico che avevano operato a cavallo tra ottocento e novecento: zoofili, botanici, naturalisti, escursionisti e amanti della montagna. La loro pressione portò all’istituzione dei primi parchi nazionali e alla nascita delle prime associazioni (riferimenti per l’Italia: i parchi nazionali del Gran Paradiso, dell’Abruzzo, del Circeo, dello Stelvio; tra le associazioni, CAI e Touring Club).

Dopo la seconda guerra mondiale, la ripresa di questa tradizione avvenne su tematiche assai poco proletarie, come l’urbanistica e la difesa dei beni artistici e naturali, sempre ad opera di élite (riferimenti italiani: Italia Nostra nasceva nel 1955, il WWF nel 1966). Per la verità, non c’è stato un legame diretto, nessun passaggio di testimone, tra queste esperienze e il sorgere del nuovo movimento (a parte la capacità del WWF di adattarsi alla nuova fase). Si ebbe piuttosto la politicizzazione e la diffusione di massa di istanze che in passato erano rimaste confinate in ambiti alto borghesi.

Sarebbe certo ardito considerare di sinistra le tesi del Club di Roma sui limiti allo sviluppo, che segnarono profondamente l’opinione ambientalista. Se poi ci si riferisce agli schieramenti politici di allora, è indubbio che le forze più lontane e recalcitranti rispetto alle istanze ambientali fossero le sinistre d’ispirazione marxista, legate alla cultura dell’industrialismo e alla difesa dei posti di lavoro minacciati dalle proteste verdi.

In conclusione, se si guarda ai dati oggettivi, non era affatto scontato che la questione ambientale assumesse connotati antagonistici, né che il movimento ambientalista cedesse alle tentazioni dell’estremismo. La botte poteva dare altro vino. Non siamo in presenza di un processo lineare di evoluzione: hanno certamente agito circostanze e fattori di distorsione che hanno forzato questo processo verso lo sbocco di oggi. E bisognerà pur capire perché il movimento ambientalista ha attratto i gruppi estremisti, perché ha rappresentato negli anni ’80 la carta di riserva per una generazione che aveva sostenuto o subito il terrorismo.

C’è alla base indubbiamente un problema di cultura politica, di riflessi condizionati di tipo ideologico; e molto ha pesato la latitanza ottusa della cultura democratica di derivazione liberale. Il movimento ambientalista soffriva di un’intima ambivalenza, che poteva condurlo indifferentemente verso due destini diversi. Alla fine, ha dato il peggio di sé.

(1. Continua)