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2018-05-24 16:19

I grandi vulcani sottomarini

REWIND. CONOSCERE PER PREVENIRE

Modificato e integrato da Leonello Serva da: Amici della Terra e ISAT, “Rischi naturali, conoscere per prevenire”, Roma 2006

Figura 1. Ubicazione dei vulcani sottomarini italiani, in bianco (Fonte Protezione Civile Nazionale). Come evidenziabile dalla Fig. 2, questa rappresentazione non è sicuramente completa.

Il rischio vulcanico in Italia non viene soltanto dai vulcani in terraferma o delle isole, ma anche da quelli sottomarini. La Figura 1mostra la loro localizzazione nel Tirreno e nel Canale di Sicilia.

A questi vulcani di recente se ne è aggiunto un altro, ancora senza nome, scoperto a largo di Capo Vaticano in Calabria. Esso è localizzato a circa 120 metri sotto il livello del mare e si estende per circa 15 km (Figura 2) .

Figura 2. Il nuovo vulcano sottomarino scoperto recentemente al largo di Capo Vaticano sulla base di dati aeromagnetici (cerchio in rosa). (protezioneciviletropea.it/archives/100)

Sulla base dei dati sino ad oggi disponibili, il più grande vulcano sottomarino dovrebbe essere il Marsili, vulcano attivo, scoperto nei primi anni ’60 ma di cui si dispongono da poco le immagini (Figura 3). È situato nel Tirreno, a sud-ovest del Golfo di Napoli, ossia in direzione dei vulcani delle Isole Eolie, da cui dista circa 70 km; ed è di dimensioni notevoli (65 x 40 km di lunghezza, 3.000 m dal fondo del mare), con bocche multiple e la cima a circa 500 metri sotto il pelo dell’acqua. Il Marsili è forse il più grande vulcano europeo in termini assoluti. 

Figura 3. Immagine del Marsili ottenuta  tramite rilevamenti con multibeam sonar. Fonte:http://www.bo.ismar.cnr.it

Sempre nel Tirreno meridionale, a nord del Marsili, più o meno a metà strada tra il Cilento e la Sardegna, si ritrovano altri due sistemi vulcanici di grandi dimensioni più antichi del Marsili: il Vavilov (40 x 15 km di lunghezza, 2.800 m dal fondo del mare) e il Magnaghi. È ben noto poi il caso, nel Canale di Sicilia a sud di Sciacca, dell’Isola Ferdinandea, nota anche come Julie o Graham a seconda della rivendicazione territoriale (borbonica, francese o inglese). Si segnalano numerose emersioni a partire dal 10 a.C.). E’ riapparsa al di sopra del livello del mare nel 1831 per risommergersi dopo alcuni mesi di attività vulcanica in superficie. Altre manifestazioni sottomarine si sono avute nel Canale di Sicilia nel 1981 e ancora ai giorni nostri.

Il rischio più importante associabile ai vulcani sottomarini è il maremoto, che può essere innescato da grandi eruzioni o da collassi delle fiancate del tipo di quelli che interessarono lo Stromboli nell’ottobre 2002. Ad oggi non sappiamo qual è il maremoto massimo che si può generare con questi meccanismi e ciò rappresenta una grave lacuna di conoscenza per una corretta valutazione del rischio. Non possiamo infatti dimenticare quello che accadde a Santorino nel 1500 a.C., che secondo alcuni studiosi provocò un maremoto con onde di 15-20 metri di altezza. Sarebbe perciò opportuno che il mondo scientifico si dedicasse un po’ di più a tale fenomeno, magari iniziando a fare modellazioni con le fenomenologie sopra citate.

Un altro rischio legato ai vulcani sottomarini è rappresentato dalla moria di vita marina dovuta alla fuoriuscita di gas tossici.

Per finire, mi piace sottolineare che a livello planetario si contano, ad oggi, circa 20.000 vulcani sottomarini: dalla lunghissima catena per la maggior parte sommersa delle Hawaii all’alto numero dei vulcani dell’Atlantico che emergono solo in alcuni casi, come ad esempio Capo Verde, Canarie, Madeira, Azzorre, Islanda.

Come per il Tirreno, non esistono modellazioni numeriche dei potenziali tsunami che possono essere generati dai vulcani sottomarini e che, ad esempio, potrebbero colpire la costa atlantica dell’Europa. Ciò non è di poco conto visti i risultati degli stress test di cui abbiamo parlato in un numero precedente dell’Astrolabio e che riguardano anche centrali nucleari localizzate in tali aree.