Oggi:

2018-05-24 16:19

Mitigare il rischio

CAMPI FLEGREI

di: 
Leonello Serva

E' di questi giorni la notizia che l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) sta eseguendo, nell’ambito del progetto internazionale Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP), dei sondaggi profondi nell'area di Bagnoli Futura allo scopo di “monitorare e studiare questo vulcano per mitigare il rischio”.
Sono d’accordo con i ricercatori dell’INGV circa il non rischio delle perforazioni ed, allo scopo, basti ricordare i sondaggi geotermici fatti dall'ENEL negli anni ’70 e ’80 in pieno periodo bradisismico che non causarono nessun allarme e non produssero alcun “effetto collaterale” (piccole eruzioni).

Nell'articolo che ha riportato la notizia (“Il Giornale dell’Umbria” di martedì 25 settembre) vengono però fatte alcune affermazioni che francamente non riesco a comprendere.

La prima riguarda la stratigrafia. I sondaggi ENEL degli anni ’70 vennero certamente realizzati con lo scopo di trovare fluidi geotermici potenzialmente sfruttabili (materia questa non lontana dallo studio del vulcanesimo e dallo stesso CFDDP); inoltre, dovrebbero ancora essere reperibili le carote (cioè le rocce attraversate ed estratte dalla sonda). Con queste carote sarebbe possibile ricostruire la successione stratigrafica e magari confrontarla con quella che si sta ora acquisendo con i sondaggi INGV.

La seconda considerazione, ben più importante, riguarda i fluidi geotermici che, a detta del responsabile del progetto INGV, non furono di interesse in quanto all’epoca l’Italia era tutta concentrata sull’energia nucleare da fissione. Mi risulta invece, avendo vissuto all’epoca da vicino la vicenda, che i fluidi non furono sfruttati in quanto non di interesse economico. In particolare, è utile ricordare che l’area Flegrea ha avuto interesse geotermico sin dagli anni ’40 quando la Società Anonima Forze Endogene Napoletane (SAFEN) avviò alcune campagne di perforazione cui fecero seguito sperimentazioni su nuovi sistemi per la produzione di energia elettrica da fonte geotermica sull’isola di Ischia (sperimentazioni che però non portarono a nulla di concreto).

Campagne geotermiche analoghe furono espletate negli anni ‘70 da un consorzio costituito da AGIP ed ENEL e, a quanto mi risulta, furono realizzati più di una decina di pozzi a grandi profondità. Negli anni ‘80 il progetto si chiuse perché i sondaggi misero in evidenza che i fluidi geotermici erano troppo ricchi di sali disciolti per essere utilizzati a fini geotermici. Questi fluidi, infatti, erano considerati troppo corrosivi per essere usati nella produzione di energia elettrica con le tecnologie disponibili all’epoca. E’ opportuno però ricordare che, secondo altri, la storia finì a causa di problemi urbanistici, tra i quali, in primo luogo, la presenza di insediamenti situati a breve distanza dai campi di trivellazione. Questa seconda ipotesi, a mio parere, non regge in quanto, nel caso, le trivellazioni potevano essere facilmente fatte in luoghi idonei dal punto di vista urbanistico senza alcun pregiudizio per l’utilizzo dei fluidi geotermici). In ogni caso, mi sembra che il nucleare non c’entri nulla in questa storia.