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2020-07-15 03:49

E se fossero più di uno?

LE SEQUENZE SISMICHE IN ITALIA

di: 
Italo Spiegalevele

Analizzando i cataloghi sismici italiani, è facile individuare sequenze di vari terremoti, anche di forte magnitudo, avvenuti nell’arco di pochi anni sul territorio nazionale.
A titolo di esempio, descriviamo la sequenza di 14 forti terremoti (con intensità massima da VIII a XI MCS) avvenuti in soli 19 anni (tra il 1688 e il 1706) e la sequenza di 6 forti terremoti (con intensità massima da VIII a XI MCS) avvenuti in soli 6 anni (tra il 1915 e il 1920). Purtroppo, periodi sismici analoghi potrebbero ripetersi ancora.

Dal 1688 al 1706: 14 forti terremoti in soli 19 anni

(Intensità massima: da VIII a XI MCS)

Figura 1: localizzazione dei 14 terremoti

Romagna, 11 Aprile 1688, IX grado MCS.
I danni maggiori si ebbero a Cotignola, dove crollò il 40% delle abitazioni e l’intero patrimonio edilizio risultò inagibile, e Bagnocavallo, dove fu distrutto il 20% delle case. Gravi danni si ebbero a Solarolo, Russi e Lugo e risentimenti minori a Terra del Sole, Castrocaro, Ravenna, Forlì, Cesena e Bertinoro. Tale evento e alcune alluvioni che seguirono determinarono una crisi economica locale dovuta alla sfiducia in una ricostruzione a breve termine che portò artigiani e commercianti a lasciare temporaneamente l’area.

Sannio, 5 Giugno 1688, XI grado MCS
Effetti disastrosi si ebbero nei paesi a sud–ovest dei Monti del Matese, nel beneventano e nell’Irpinia. Una quarantina di paesi subirono estese distruzioni e altri 80 circa riportarono gravi danni. A Benevento, delle 1607 abitazioni totali, 997 furono distrutte o rese inabitabili, 325 subirono lesioni e solo le restanti 285 rimasero abitabili. Crolli e molte lesioni si ebbero anche a Napoli e Avellino. La maggior parte delle case distrutte a Benevento risultavano costruite con ciottoli di fiume, mentre quelle in mattoni resistettero meglio. Le vittime furono in totale circa 10000, concentrate soprattutto a Cerreto Sannita, Benevento e Guardia Sanframondi. A Benevento città i morti furono 1367 (su 7500 abitanti), mentre in campagna furono 700. La distruzione delle infrastrutture agricole (mulini, frantoi, forni) innescò una crisi alimentare. Gli effetti del terremoto sull’ambiente furono notevoli. Si aprirono fenditure nel terreno nei monti del Sannio, a Pomarico e tra San Giorgio la Molara e San Marco dei Cavoti, dove raggiunsero la lunghezza di alcuni chilometri. Una massa rocciosa staccatasi dal monte Erbano uccise 600 persone a San Lorenzello.

Carinzia, 4 dicembre 1690, VIII-IX grado MCS
La scossa colpì la regione della Carinzia, causando distruzioni e vittime a Villach, Tobring e Wernberg. Danni gravi si ebbero a Klagenfurt. L’area di risentimento fu molto estesa e in Italia coinvolse il Veneto, il ferrarese e il ravennate, causando danni a Trieste e Venezia.

Ancona, 23 Dicembre 1690, VIII - IX grado MCS
La prima scossa, che colpì particolarmente Ancona, Sirolo e Numana, durò trenta secondi e fu seguita da varie repliche. A Sirolo numerose case crollarono e le altre rimasero in gran parte inabitabili. Ad Ancona la quasi totalità degli edifici pubblici e privati fu danneggiata. Crollarono oltre 100 dei 2000 edifici privati e molti altri rimasero inagibili. Crollarono diverse chiese e campanili, oltre a diverse porzioni delle mura della città. Anche Numana subì gravi danni. Ad Ancona le vittime furono tra 7 e 10 e a Sirolo una. Sul Monte Conero si aprì un’ampia frattura nella roccia e si formarono 4 voragini dalle quali fuoriuscì materiale bituminoso. A Sirolo si aprirono voragini nel terreno e ci fu un esteso smottamento. Ad Ancona le strade subirono spaccature e sul litorale furono osservate onde anomale in seguito al momentaneo ritiro del mare.

Val di Noto, 11 Gennaio 1693, XI grado MCS
Il terremoto dell’11 gennaio fu preceduto da una forte scossa due giorni prima, il 9 gennaio, che provocò danni gravissimi ad Augusta (dove crollò quasi la metà delle abitazioni e si ebbero 200 morti), ad Avola (dove due quartieri furono quasi del tutto distrutti) e a Noto (dove crollarono molti edifici e ci furono oltre 200 vittime). Danni analoghi si ebbero a Floridia, Lentini, Melilli. Crolli totali e vittime si ebbero a Catania, Vizzini e Sortino. La seconda scossa, dell’11 gennaio, fu violentissima e gli effetti furono catastrofici poiché spesso si sovrapposero a quelli della scossa precedente. Tutte le città importanti della Sicilia orientale furono sconvolte. Catania fu quasi interamente distrutta, al pari di Acireale e di tutti i centri sparsi sul versante orientale dell’Etna. Tutti gli abitati della Val di Noto furono pesantemente distrutti: Vizzini, Sortino, Scicli, Ragusa, Palazzolo Acreide, Modica, Melilli, Lentini, Ispica, Occhiolà, Carlentini, Avola, Augusta, Noto. Molti crolli si ebbero a Siracusa, Caltagirone, Vittoria, Comiso. Nel complesso furono 70 i centri nei quali si verificarono danni uguali o maggiori al IX grado MCS. Secondo le stime ufficiali le vittime furono circa 54000, di cui quasi 12000 a Catania, oltre 5000 a Ragusa, oltre 1800 ad Augusta, 3000 a Noto, 3500 a Siracusa e 3400 a Modica. Nell’area mesosismica, repliche rilevanti furono avvertite fino al 1696.

All’epoca del sisma, il Regno di Sicilia stava uscendo da un secolo di depressione economica e la ripresa risultò incentivata dalla vasta attività edilizia sviluppatasi in tutta l’area colpita dal terremoto, attraverso progetti di ricostruzione e spesso di completa rifondazione di intere città, a cui fu conferito il volto barocco che ancora oggi possiamo apprezzare. Gli interventi si differenziarono da caso a caso ma, in generale, i cambiamenti di sito furono pochi. In alcuni casi, come a Catania, furono tracciate nuove piante urbane, in altri ci si limitò a poche modifiche; nella maggior parte delle volte, come a Siracusa e Caltagirone, la ricostruzione fu eseguita seguendo la pianta originaria della città.

Il terremoto causò notevoli effetti sull’ambiente. Si verificarono molte fratture nel terreno (da molte delle quali furono segnalate fuoriuscite di gas e acqua calda) in località distribuite su un territorio molto vasto (Messina, Mascali, piana di Catania, Lentini, Augusta, Piazza Armerina). La descrizione di Baratta (1901) “Nel territorio di Lentini dalle squarciature del suolo veniva con violenza proiettata fuori arena ed acqua che costruirono sul suolo dei piccoli monticelli” rimanda evidentemente ai fenomeni di liquefazione divenuti famosi durante il recente terremoto in Emilia.  A Paternò, Sortino, Noto, tra Ferla e Cassaro si verificarono frane e smottamenti. L’ostruzione di corsi d’acqua causò la formazione di nuovi invasi tra Noto e Siracusa e lungo il fiume Irminio. Un lago vicino l’attuale Ispica si disseccò. Molte sorgenti scomparvero mentre altre si formarono ex novo. Il periodo sismico fu accompagnato da una forte attività eruttiva dell’Etna. A causa del forte scuotimento sismico, varie località tra Messina e Siracusa furono colpite da onde di maremoto, con gli effetti più gravi ad Augusta, dove le onde raggiunsero l’altezza di circa 15 metri.

Irpinia – Basilicata, 8 Settembre 1694, XI grado MCS
Si verificò una prima scossa di circa un minuto, seguita da una violenta replica e da una ulteriore sequenza che durò circa un quarto d’ora. I danni cumulativi furono pesantissimi in oltre 120 località della Campania, della Basilicata e della Puglia. In 56 paesi il patrimonio edilizio fu reso completamente inagibile e furono quasi completamente distrutti oltre 30 paesi della dorsale appenninica nelle province di Avellino e Potenza: tra questi Bisaccia, Sant’Angelo dei Lombardi, Calitri, Lioni, Conza della Campania, San Fele, Muro Lucano, Bella, Picerno. Crolli e lesioni si verificarono dalla costa tirrenica a quella adriatica. La scossa fu avvertita da Messina a Chieti e Fano. Le vittime furono oltre 6.000. Nell’area colpita, che attraversava già un periodo di crisi, la situazione economica si aggravò ulteriormente e numerosissimi senzatetto emigrarono. La scossa innescò crolli nell’area di Sorrento, Capua e Napoli e generò fenditure nel terreno. Inoltre un blando maremoto fu osservato sulla costa di Brindisi.

Asolo (TV), 25 Febbraio 1695, X grado MCS
L’evento causò gravi danni in larga parte del Veneto e l’area più danneggiata fu l’alto trevigiano, a sud del Monte Grappa. Le località più colpite furono Asolo e i villaggi circostanti: oltre 30 centri abitati subirono distruzioni gravissime mentre in altri 24 si ebbero crolli e dissesti. Ad Asolo crollarono 1.477 case e 1.284 furono gravemente danneggiate. Lievi danni ci furono anche a Rovigo, Ferrara e Verona. Le vittime furono alcune centinaia. Il terremoto aggravò una crisi economica già in corso nella zona, tanto che si verificò uno spopolamento dei centri asolani.

Bagnoregio (VT), 11 Giugno 1695, IX grado MCS
L’evento distrusse gran parte dei castelli di Bagnoregio, Lubriano, Ponzano, Vetriolo e Celleno, causò danni fino ad Orvieto e fu avvertito da Perugia e Assisi sino a Civita Castellana, Viterbo e Tivoli. Anche se le scosse premonitrici consentirono a molti di salvarsi, il numero di vittime raggiunse le 200 unità, con 25-30 morti a Bagnoregio. Il lago di Bolsena si alzò di circa 4 metri, allagando i terreni circostanti per una estensione di oltre 4 chilometri.

Carnia, 28 Luglio 1700, IX grado MCS
Il terremoto colpì in particolare il Canale di Gorto (valle del Degano) e il Canale di Socchieve (alta valle del Tagliamento). Le distruzioni maggiori si ebbero a Enemonzo, Esemon di Sotto, Mediis, Quinis e Raveo. A Enemonzo crollarono gran parte delle abitazioni e diverse chiese. A Raveo crollarono quasi tutte le case e le due chiese subirono gravissimi danni. Lesioni e dissesti più o meno gravi furono segnalati in decine di paesi. Complessivamente vi furono oltre 20 morti. Nei pressi di Ovaro ci furono smottamenti e una grande frana si staccò dal Monte Forchianon.

Benevento, 14 marzo 1702, X grado MCS
Si trattò di un periodo sismico iniziato il 14 marzo con due scosse che colpirono l’area tra il Sannio e l’alta Irpinia. La seconda scossa causò gravissimi danni in una decina di paesi, nei quali il patrimonio edilizio divenne inabitabile. Tutti i centri più danneggiati erano stati già pesantemente colpiti dai terremoti del 1688 e del 1694. Ad Apice, Ariano Irpino, Mirabella Eclano e Sant’Arcangelo Trimonte i crolli furono quasi totali. Benevento subì danni pesanti, in particolare nella zona più meridionale, verso il fiume Sabato. Le mura della città crollarono in più punti, così come molte chiese. Le strade erano danneggiate e occupate da macerie. Le scosse del 2 e del 6 aprile causarono altri danni a Benevento. Il numero delle vittime accertate, noto solo in alcune località, fu di 389. A Benevento furono 150 (1,7 % della popolazione). Per fortuna, avvennero scosse premonitrici, che indussero la popolazione ad uscire di casa, evitando così che il numero delle vittime fosse maggiore. I danni agli edifici furono così ingenti che alcune aree furono trasformate in orti. Si determinò una grave emergenza alimentare a causa della distruzione di mulini e forni. La crisi economica si protrasse a lungo.

1703, XI grado MCS

Norcia (PG), 14 Gennaio; Montereale (AQ), 16 Gennaio; L’Aquila, 2 Febbraio
La prima scossa del 14 gennaio fu seguita da numerose altre, altrettanto forti; tutta l’Italia centrale fu coinvolta, con danni da Camerino a Roma. Una ventina di centri abitati risultarono quasi completamente distrutti, altrettanti subirono molti crolli e un centinaio di paesi subirono danni gravi. La prima scossa colpì gravemente Norcia e Cascia, danneggiando anche Rieti e L’Aquila; quella del 16 gennaio colpì Montereale e quella del 2 febbraio L’Aquila, Barete, Pizzoli e Arischia. Complessivamente oltre 150 paesi furono pesantemente danneggiati e vi furono crolli e lesioni anche a Roma. Sulla base delle fonti a disposizione, le vittime furono tra 10.000 e 30.000. Secondo fonti dello Stato Pontificio, in Umbria ci furono 2.067 morti e in Abruzzo 7.694, di cui 2.000–2.500 a L’Aquila. Il terremoto causò una grave crisi economica per l’interruzione delle attività produttive nelle zone colpite, a cui seguirono flussi migratori. Furono segnalati effetti al suolo, come spaccature del terreno con fuoriuscita di gas, intorbidamento di acque e nascita di nuove sorgenti, a Antrodoco, Arischia, Bacugno e Leonessa.

Maiella, 3 Novembre, 1706, XI grado MCS
Fu colpita un’ampia area dell’Abruzzo meridionale e del Molise, in gran parte su entrambi i versanti del massiccio della Maiella, attualmente ricadente nelle province di L’Aquila, Pescara, Chieti e Isernia. Le località quasi totalmente distrutte furono 7, in un’altra trentina crollò la maggior parte delle case e una cinquantina di paesi e villaggi subirono danni diffusi. Sulmona fu la città più importante tra quelle colpite. Isernia subì dei crolli, Chieti e L’Aquila danni leggeri. Il terremoto fu avvertito a Roma, Rieti e Napoli. Le vittime furono 2.400. A Sulmona i morti furono 1.000 e 2.000 i feriti. A Pettorano sul Gizio, a Caramanico e a Tocco da Casauria si ebbero spaccature del terreno. Vicino alla Maiella si aprì una grande fenditura da cui fuoriuscirono gas solforosi.

Dal 1915 al 1920: serie di 6 forti terremoti in 6 anni

(Intensità massima: da VIII a XI MCS)

Figura 2:: localizzazione dei 6 terremoti

Avezzano (AQ), 13 Gennaio 1915, XI grado MCS
Fu uno degli eventi sismici più disastrosi della storia italiana. La scossa principale interessò un’area molto estesa dell’Italia centrale con effetti distruttivi in tutta la Marsica, nel Cicolano fino a Perugia, nella valle del Liri fino a Cassino, nella valle dell’Aterno e nell’alta valle del Vomano, lungo le pendici opposte del Gran Sasso, della Maiella, e nell’area dei monti Simbruini ed Ernici. Fu avvertita dalla Pianura Padana fino in Puglia. Oltre 20 centri abitati subirono una distruzione pressoché totale, oltre 80 persero gran parte del patrimonio edilizio, oltre 200 subirono crolli o danni che determinarono l’inagibilità delle case, circa 240 ebbero lesioni o danni più lievi. Tutti i centri maggiormente distrutti (Avezzano, Cese, Gioia dei Marsi, Ortucchio, San Benedetto dei Marsi, Venere) si trovavano a est e a ovest della piana che ospitava l’antico lago del Fucino. Persino Roma subì dei crolli parziali e numerose lesioni. Le vittime furono circa 33000. Altre 3000 perirono per malattie e stenti nei mesi successivi, che furono caratterizzati da gravi emergenze. Ci fu un crollo demografico in tutta l’area epicentrale. Numerosi paesi, oltre a dover essere ricostruiti in altri siti, persero gran parte della loro popolazione. Avezzano e Cese persero il 95% della popolazione, Massa d’Albe l’85%, Pescina il 72%, Ortucchio il 71%, San Benedetto dei Marsi più del 70%, ecc. Il terremoto e l’entrata in guerra determinarono una crisi economica e occupazionale con ripercussioni sociali negative sulle comunità interessate.

Gli effetti sul terreno furono notevoli ed estesi su un’area molto vasta. Oddone descrisse un’ampia spaccatura che attraversava in direzione SE-NO tutto il Fucino per circa 70 chilometri, assumendo l’aspetto di un crepaccio (vedi Figura) largo da 30 a 100 centimetri e con un dislivello tra i bordi compreso tra 30 e 90 centimetri. Nei pressi di Ortucchio dalla spaccatura fuoriuscirono per molti giorni acqua e gas infiammabili. Anche presso San Benedetto dei Marsi da ampie fratture fuoriuscirono acqua e gas solforosi. A Pescina, Sora e Concerviano si formarono vulcanetti di fango. Furono innescate frane e crolli di massi in molte località. Tutta la piana del Fucino si abbassò in media di circa 40 centimetri. Il sistema freatico dell’area subì delle modificazioni: ci furono intorbidimenti, variazioni di portata, scomparsa di sorgenti, variazioni di livello nei pozzi. A Tivoli si prosciugò un lago e a Posta Fibreno aumentò la portata del fiume Fibreno.

Figura 3: Scarpata di faglia, alta quasi un metro, generatasi a seguito del terremoto di Avezzano e descritta da Oddone nel 1915.

Monterchi (AR), 26 Aprile 1917, IX – X grado MCS
Fu colpita l’alta Val Tiberina e i paesi più danneggiati furono Monterchi e Petretole, che furono distrutti pressoché completamente. A Monterchi e nel suo territorio il 90% delle case crollarono o divennero inabitabili. Altri cinque paesi subirono crolli estesi in gran parte dell’abitato. Sansepolcro subì gravi danni, con 200 case rese inagibili e 900 danneggiate più lievemente. L’area di risentimento si estese in Toscana, Umbria e Marche. Le vittime furono una ventina e una trentina i feriti. Il patrimonio artistico dell’area subì molti danni. Presso Monterchi si aprirono spaccature nel terreno, alcune lunghe un chilometro e larghe 20-50 centimetri. Il regime delle acque sotterranee subì variazioni, con aumenti delle portate e intorbidimenti. A Citerna e Monterchi furono segnalati getti di acqua solforosa

Santa Sofia (FO), 10 Novembre 1918, VIII grado MCS
Furono colpiti una ventina di paesi dell’Appennino forlivese, causando crolli, lesioni e danni diffusi alle abitazioni. I centri più danneggiati furono Santa Sofia e Galatea. Bagno di Romagna e Civitella di Romagna subirono gravi danni, Predappio, Rocca San Casciano e Verghereto subirono lesioni alle case, mentre danni più lievi si ebbero in provincia di Arezzo. Risentimenti si ebbero in Toscana, nel ferrarese e nelle Marche settentrionali. I morti furono tra 8 e 16. Nel giugno successivo l’area fu nuovamente danneggiata dal terremoto del Mugello del 1919.

Mugello (FI), 29 Giugno 1919, IX grado MCS
La sequenza sismica, iniziata il 29 giugno, causò forti danni soprattutto nel Mugello, dove 12 paesi furono distrutti e molte case rurali crollarono completamente. 70 centri abitati furono danneggiati e gravi danni si ebbero anche nell’alto casentino, nella Val d’Arno e nelle località appenniniche romagnole, dove gli effetti si sommarono a quelli dovuti al precedente terremoto del novembre 1918. L’area di risentimento raggiunse l’Umbria e la pianura Padana. Ci furono oltre 100 morti e 400 feriti. Nel versante romagnolo non ci furono vittime molto probabilmente perché la popolazione viveva ancore in baracche a seguito del terremoto del 1918. La vita economica e sociale fu profondamente segnata da questo evento. A Vicchio, San Godendo e Dicomano si verificarono frane e crolli di massi che bloccarono la linea ferroviaria Firenze–Marrani e le strade dei passi appenninici. A Rostolena e San Piero in Bagni si aprirono fenditure nel terreno. Le acque sotterranee subirono variazioni di portata, comparvero nuove sorgenti e altre si intorbidirono.

Piancastagnaio (SI), 10 Settembre 1919, VIII grado MCS
Gli effetti maggiori riguardarono una ventina di paesi sul Monte Amiata, fra le province di Siena e Grosseto. I danni più gravi si verificarono a Piancastagnaio, Celle sul Rigo, Montorio, Radicofani, San Casciano dei Bagni e San Giovanni delle Contee. A Piancastagnaio crollarono 8 case e 10 furono gravemente danneggiate, a San Casciano dei Bagni 40 case furono lesionate e a Radicofani 15. Ci furono un morto e una ventina di feriti. L’unico effetto sull’ambiente segnalato fu l’intorbidimento di acque sorgive.

Garfagnana (LU), 7 Settembre 1920, X grado MCS
Il terremoto colpì un’area estesa dalla Lunigiana alla Garfagnana. Villa Collemandina e Vigneta furono quasi completamente distrutte e oltre 30 paesi subirono crolli. I centri abitati colpiti a vari livelli furono 350, di cui più di 100 subirono crolli e lesioni. L’area di risentimento si estese dalla Costa Azzurra al Friuli, alla Toscana, all’Umbria e alle Marche. Le repliche si protrassero fino all’agosto del 1921. I morti furono 171, i feriti 650 e i senzatetto alcune migliaia. Il relativo basso numero di vittime fu dovuto in parte ad una scossa premonitrice avvenuta il giorno precedente a quella più forte, e in parte al fatto che l’economia era basata sull’agricoltura e l’allevamento e quindi, all’ora del terremoto (7:56 locali), in casa c’erano solo poche donne e bambini. A Castiglione di Garfagnana, Rigoso e Trefiumi si verificarono spaccature nel terreno oltre a frane e crolli di massi. Si ebbero anche intorbidimenti e variazioni di portata delle sorgenti

 


Fonti dei dati:

Baratta M., 1901. I Terremoti d’Italia. Arnaldo Forni Editore.

Boschi E., Ferrari G., Gasperini P., Guidoboni E., Smeriglio G., Valensise G., 1995, Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980. Istituto Nazionale di Geofisica, SGA storia geofisica ambiente.

Boschi E., Guidoboni E., Ferrari G., Valensise G., Gasperini P., 1997, Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1990. Istituto Nazionale di Geofisica, SGA storia geofisica ambiente.

Oddone E., 1915, Gli elementi fisici del grande terremoto marsicano fucense del 13 gennaio 1915. Boll. Soc. Sismol. Ital., 19, pp. 71-215.

Postpischl D., 1985, Atlas of isoseismal maps of italian earthquakes. CNR Progetto finalizzato geodinamica.

Serva L., 1981, Il terremoto del 1688 nel Sannio. In: Contributo alla caratterizzazione della sismicità del territorio italiano. Commissione ENEA-ENEL per lo studio dei problemi sismici connessi con la realizzazione di impianti nucleari.

Serva L., 1981, Il terremoto del 1694 in Irpinia e Basilicata. In: Contributo alla caratterizzazione della sismicità del territorio italiano. Commissione ENEA-ENEL per lo studio dei problemi sismici connessi con la realizzazione di impianti nucleari.

Serva L., 1989, Effetti sui suoli di terremoti antichi e recenti nella Piana del Fucino. In: Guidoboni E. (Ed.), I Terremoti Prima del Mille in Italia e nell'Area Mediterranea, Storia Archeologia Sismologia, SGA, Bologna, 530-536.

Serva L., 1991, Un metodo per una migliore comprensione della sismicità di un’area: la Conca del Fucino. In: E. Boschi e M. Dragoni (a cura di): Aree sismogenetiche e rischio sismico in Italia, Roma, 2 pp. 187-196.