Oggi:

2022-07-06 22:03

Vademecum per Progettare il Termovalorizzatore a Roma

OPPORTUNITÀ POLITICHE E PROGETTAZIONE AMBIENTALE

di: 
Lighea Speziale e Lorenzo Ceccherini

Abbiamo chiesto ai nostri collaboratori che hanno seguito a Bruxelles per conto del CEWEP (Confederation of European Waste-to-Energy Plants) tutto il percorso di revisione delle BAT Conclusions per il settore dell’incenerimento dei rifiuti, di elencare delle raccomandazioni utili perché Roma Capitale inizi con il piede giusto la lunga marcia per dotarsi di un termovalorizzatore adeguato alle proprie dimensioni e funzioni, come tutte le altre grandi capitali europee.

Foto di Copertina: Fonte romanoimpero.com

A seguito delle dichiarazioni del sindaco Gualtieri, vorremmo concentrarci su quanto abbiamo appreso in dieci anni di esperienza guardando da dentro gli impianti di termovalorizzazione europei, inclusi quelli italiani, per elencare qualche idea su come far nascere un buon progetto impiantistico sulla base dell’opportunità politica che si è presentata.

Piccola postilla: chiamarlo termovalorizzatore o inceneritore a recupero energetico R1 (come definito nella direttiva quadro dei rifiuti) non è un tentativo di greenwashing. Siamo tutti molto sospettosi quando qualcosa cambia nome, ma in questo caso non si tratta di una scelta di marketing bensì di una necessità legata alle caratteristiche dei nuovi impianti nati alla fine degli anni ’90, che hanno spinto molto sul recupero energetico e si sono distinti dai vecchi inceneritori per la loro efficienza. Certo, non avranno mai i rendimenti di un impianto a gas, ma il rifiuto è una risorsa già disponibile con la quale si risparmiano i consumi energetici legati per esempio ad estrazione e trasporto di materie prime.

 

Partiamo dalle basi. 

Per una corretta pianificazione bisogna concentrarsi innanzitutto sul rifiuto e sulle sue caratteristiche: una volta preso atto del fatto che il rifiuto viene prodotto in una certa quantità, che molteplici esperienze ci dimostrano in quanta parte può rientrare nel ciclo produttivo e che i risultati della prevenzione si vedono solo in orizzonti temporali decennali, si può passare alla fase di progettazione del suo corretto trattamento.

Per arrivare a questa consapevolezza ci rifacciamo all’articolo del dicembre scorso di Antonio Massarutto: prendendo ad esempio il virtuoso caso di Contarina e dei suoi “rifiuti zero”, si può stimare che la frazione di rifiuto urbano che viene effettivamente riciclata sia al massimo il 70% (teniamo in un angolo della mente quelle attività commerciali e industriali che producono rifiuto assimilabile a quello urbano, perché poi ci torniamo). Se questa percentuale venisse applicata al rifiuto urbano prodotto nella capitale potremmo ipotizzare una futura efficientissima gestione dei rifiuti che porti la frazione non riciclabile a 500 mila tonnellate l’anno. Ovviamente, per raggiungere i traguardi di Contarina ci sarebbe bisogno di una rivoluzione rispetto alla situazione attuale romana, ma nella corretta pianificazione bisogna tenere conto di tutti gli scenari teoricamente possibili. Se poi prendiamo in considerazione il fatto che molte attività commerciali e industriali producono rifiuto del tutto assimilabile a quello urbano (come anche riconosciuto nella normativa europea, che infatti ha allargato la definizione di rifiuto urbano proprio per includere quello assimilabile ad esso), le 500 mila tonnellate l’anno di cui sopra sembrano a maggior ragione una stima conservativa per difetto.

Ora sediamoci e immaginiamocele queste 500 mila tonnellate l’anno di rifiuto urbano non riciclabile. E non dimentichiamocele, nonostante la tentazione di non pensare ai rifiuti che produciamo sia profondamente radicata in noi.

Il rifiuto che non si può riciclare può essere spedito da qualche parte dove qualcuno lo tratterà correttamente al posto nostro, può essere conferito in discarica oppure può essere mandato in un impianto di incenerimento con recupero energetico. Per evitare di produrre un articolo lungo come la Divina Commedia, assumiamo di voler seguire i dettami della direttiva quadro e del programma nazionale per la gestione dei rifiuti e quindi di applicare la gerarchia dei rifiuti e il principio di prossimità: diciamo che nel nostro piano integrato di gestione rifiuti vogliamo prevedere un impianto di incenerimento R1 adeguato alla produzione di rifiuto non riciclabile stimato sulla base di ipotesi ambiziose, in modo da non ritrovarci con capacità sovradimensionate quando saremo diventati campioni del “rifiuto zero”. Un’altra postilla, non ce ne vogliate: potremmo anche inserire la questione delle molto affascinanti tecnologie come pirolisi o gassificazione ma… nel contesto in cui ci troviamo, vogliamo puntare sul nostro bel tris di assi oppure lanciarci in un bluff che sappiamo già come va a finire?

Torniamo a noi. Abbiamo preso questa informed decision. E ora? Ci manca ancora il come. E il come è fondamentale, perché se dopo aver deciso che ci serve un ponte per attraversare il fiume lo costruiamo di carta, non abbiamo fatto un buon servizio a nessuno e la diffidenza e opposizione pubblica ai ponti, già endemica in alcune zone dell’Italia, verrà ulteriormente nutrita.

 

Il ruolo degli enti di controllo.

E allora come possiamo produrre un buon progetto? Bisogna analizzare gli aspetti ambientali e climatici, energetici e di circolarità, gestionali e finanziari. Soprattutto, c’è bisogno di alcuni presupposti strutturali senza i quali nemmeno il progetto più virtuoso potrà funzionare: la presenza di un ente di controllo dotato delle competenze e delle risorse necessarie.

Per minimizzare l’inquinamento legato alle attività industriali, nel 2010 l’Unione Europea si è dotata di uno strumento chiamato IED (Industrial Emissions Directive) e ha creato il concetto di Best Available Techniques (o Migliori Tecnologie Disponibili). Questo strumento normativo ha anche gettato le basi per la stesura da parte delle autorità competenti dell’autorizzazione ambientale degli impianti industriali, in cui vengono definite le prescrizioni a cui un impianto deve sottostare per restare in esercizio. Il funzionamento di questo strumento normativo si basa sulla cooperazione tra controllato e controllore: non ci si vede una volta ogni dieci anni con diffidenza, ma si costruisce un canale di comunicazione e di scambio continuo.

Ma se le agenzie per l’ambiente sono sottorganico oppure senza esperti del settore, come si può garantire questo meccanismo virtuoso? Questa precondizione è spesso accantonata perché non ottiene titoli sui giornali né accende gli animi, ma è l’unica che permette di instaurare quel sistema trasparente e costruttivo necessario nelle attività industriali per garantire il benessere della società tutta. Vorremmo quindi vedere più attenzione dedicata ad assicurarsi che gli enti di controllo preposti abbiano le giuste risorse e competenze che servono per permettere ad un progetto come questo di realizzarsi al meglio.

 

Le BAT e le api

Questo vuol dire, per esempio, che si potrà investire sulle performance ambientali che gli impianti di termovalorizzazione riescono ad ottenere (e sono tra quelle più avanzate di tutti i comparti industriali europei) perché il controllore avrà il polso della situazione. L’autorizzazione ambientale potrà basarsi sulle BAT del settore che sono state da poco aggiornate (per chi vuole saperne di più c’è un articolo dedicato al tema ) e dettano i nuovi standard per quanto riguarda emissioni in aria, in acqua e performance come l’efficienza energetica. I termovalorizzatori europei rispettano limiti di emissione estremamente ambiziosi, che rappresentano una sfida continua finanche per gli sviluppatori degli strumenti di misura. Il bassissimo impatto ambientale viene ulteriormente corroborato dalle campagne che gli impianti portano avanti nei loro dintorni per garantire la qualità dell’ambiente e la protezione della salute (vogliamo parlare delle api a Pozzilli o delle paulownia a Ferrara? Già solo sentendo paulownia volete saperne sicuramente di più…  Inoltre, per le emissioni in aria il controllo dei limiti per i misuratori in continuo viene effettuato ogni 10 o 30 minuti, una frequenza molto alta che è coerente con il rigore delle prescrizioni. Questo insieme di misure fa sì che l’impatto degli impianti di incenerimento, rispetto agli altri impianti industriali regolati dall’IED, sia poco significativo. Per esempio, dal portale delle emissioni industriali europee risulta che in Europa solo lo 0,1% delle polveri sottili (PM10) e degli ossidi di zolfo (SO2) vengono emessi dai 500 impianti di incenerimento in funzione. Questo senza considerare le emissioni dovute ai trasporti che non sono incluse nel database.

 

Non sprecare il calore

Oltre alle considerazioni di carattere emissivo e relative alle BAT, una buona progettazione deve valutare come valorizzare correttamente gli output di questo genere di impianti. Si può iniziare parlando della produzione di energia sotto forma di elettricità e calore: vista l’ambizione degli obiettivi del Green Deal e della neutralità climatica, è necessario che un termovalorizzatore venga sviluppato con un progetto di cogenerazione. Nei paesi nordici questo è possibile senza troppi sforzi grazie alla presenza di reti di teleriscaldamento e un clima più rigido rispetto al tiepido sole che bacia Roma d’inverno, quindi ci vuole una attenta valutazione soprattutto della posizione geografica oppure un po’ di inventiva: si può costruire l’impianto vicino ad altri siti industriali energivori, che tra l’altro mai come in questo periodo soffrono a causa dell’elevato costo del gas, o come suggeriva Massarutto nell’articolo sopra citato costruire delle accoglienti terme pubbliche riscaldate con il calore di risulta. L’importante è evitare la cattedrale nel deserto, perché finirebbe per ridurre significativamente i benefici energetici e climatici che possono essere associati a questo genere di installazioni.

 

Catturare la CO2

Aggiungiamo al quadro il tassellino del clima: per un impianto di incenerimento con recupero energetico che nasce oggi, è difficile pensare ad un progetto business as usual: viviamo in un’epoca di grandi ambizioni ambientali e se si vuole dare vita ad un’installazione industriale che dovrà trattare i rifiuti residui capitolini per qualche decennio, va almeno analizzata la fattibilità di utilizzo delle tecnologie attualmente disponibili per contribuire alla neutralità, come la cattura e successivo utilizzo della CO2 emessa dalla combustione dei rifiuti. Gli impianti di incenerimento, infatti, emettono CO2 derivante sia dalla componente fossile del rifiuto (ad esempio le plastiche) che di quella biodegradabile, in una proporzione di circa 45-55. La cattura della CO2 potrebbe rendere neutrale l’impianto dal punto di vista climatico e perfino renderlo “carbon negative” nel caso si catturassero tutte le emissioni comprese quelle biogeniche (il carbono biogenico, infatti, non contribuisce all’aumento dei gas climalteranti perché parte del ciclo naturale terrestre).

 

Candidarsi a utilizzare la CO2

La CO2 catturata può avere diversi utilizzi, dalla fertilizzazione delle serre (pratica ormai ben stabilita nei Paesi Bassi) alla produzione di biocarburanti come ad esempio il metanolo, tramite un processo di sintesi insieme all’idrogeno. L’idrogeno necessario alla produzione del metanolo potrebbe essere anch’esso prodotto in un elettrolizzatore collegato all’impianto, una soluzione già esistente in alcuni impianti europei come quello di Wuppertal. Ovviamente tutto questo aumenta i costi del progetto: per dare un’idea, in funzione di diversi parametri come la capacità installata, la posizione geografica e la quantità di CO2 catturata, prevedere la cattura e il trasporto della CO2 comporta un costo aggiuntivo totale - sia come costi di investimento che costi operativi – che va dai 50 e i 100€ per tonnellata di CO2. Non dimentichiamo però che interventi che mirano ad aumentare i contributi di un impianto industriale agli obiettivi del Green Deal europeo sono spesso ottimi candidati per ricevere fondi dai vari meccanismi di finanziamento europei. Che si tratti di fondi pubblici (Innovation Fund, State Aid, etc..) o privati (attraverso il regolamento della Tassonomia e la Finanza Sostenibile), si può considerare che una parte dei costi possano essere alleviati. E poi Roma si è proprio recentemente candidata per essere una delle 100 EU climate-neutral and smart cities, quindi un po’ di ambizione ci vorrà…

 

Economia circolare per produrre sampietrini romani

Dalla neutralità climatica passiamo alla sorella economia circolare, per ricordare che negli ultimi anni in Europa moltissimi investimenti sono stati portati avanti per migliorare il recupero e riciclo dei materiali in uscita dal termovalorizzatore: il processo di incenerimento produce degli scarti, cosiddetti bottom ash, che sono composti da una frazione inerte e da metalli ferrosi e non ferrosi, solitamente provenienti da oggetti compositi non altrimenti riciclabili. Una valorizzazione accurata di questi flussi può portare a significativi contributi all’economia circolare (per esempio producendo nuovi sanpietrini che poi verranno usati per la strada che porterà i romani felici alle nuove terme!) e alla neutralità climatica (visto che la produzione metallurgica è tra le attività più energivore che ci siano). Mettiamoci nel mezzo anche il fatto che vogliamo ridurre la dipendenza da materie prime ed eccoci qua che recuperiamo anche metalli preziosi che possono contribuire proprio a questo.

 

Integrare l’impianto nel territorio per vincere lo scetticismo

Quindi perché ridurci ad un banale scontro termovalorizzatore si-no quando potremmo usare questa contingenza per tornare a riabbracciare la complessità e le sfaccettature che sempre accompagnano scelte importanti? Non siamo stufi della gabbia della comunicazione bipolare e della risposta pronta per sembrare più intelligenti degli altri? Le dichiarazioni di volontà politica portano a dei buoni risultati quando sono accompagnati dalla pianificazione degli interventi nel loro dettaglio. La nostra esperienza ci ha insegnato che quando si riesce a instaurare il meccanismo virtuoso di collaborazione tra autorità competenti e operatori che è alla base della normativa europea, la maniera migliore di vincere lo scetticismo è aver integrato il termovalorizzatore nel tessuto del territorio.  

 

Complessità utile per una società evoluta

Ed è qui che torniamo al punto toccato in precedenza: per redigere l’autorizzazione e il correlato piano di controllo e monitoraggio, un’autorità competente deve essere in grado non solo di interpretare la normativa sulle BAT ma anche di trovare la giusta implementazione delle prescrizioni rispetto al caso specifico. Esempio pratico: per abbattere gli ossidi di Azoto la tecnologia che ottiene valori di emissione più bassi è l’SCR (Selective Catalytic Reduction), ma per installarla bisogna prevedere uno spazio maggiore rispetto ad altre tecniche e soprattutto bisogna sacrificare una parte dell’energia prodotta. Come si fa a capire quale limite si può applicare ad un impianto senza conoscerne nel dettaglio questi aspetti? Ecco ribadita nuovamente l’importanza del processo partecipato per la stesura delle autorizzazioni e il valore aggiunto di avere su scala europea enti e associazioni che promuovono lo scambio di pratiche ed esperienze.

Per raggiungere uno scenario in cui la soluzione comunicata con grande enfasi dalla politica diventa realtà per i cittadini, c’è bisogno di investire, di costruire e di nutrire l’apparato pubblico che si deve interfacciare, da una parte, con gli operatori fornendo delle regole chiare e giuste e, dall’altra, con la società civile che deve fidarsi e affidarsi al controllore. Se il progetto partirà con le deroghe al piano regionale, bypassando la VAS oppure costringendo il Ministero a dedicare risorse in fretta e furia per definire aspetti che sono ben più comprensibili da chi è esperto del territorio, allora ci staremo dimenticando un pezzo molto importante. L’ultima sentenza del Tar Lazio indica proprio il Ministero come il posto da cui dovrebbero uscire fuori i quanti e i dove, giudicando evidentemente troppo generico il neonato programma nazionale. E se questa sarà la strada da percorrere, vista l’immobilità in cui si trovano molte regioni italiane, si percorrerà. Adesso il tema è caldo e l’attenzione alta, per cui molti nomi importanti vengono attirati e verranno consultati. Ma quando la fanfara sarà andata via, i tecnici vorranno strapparsi i capelli perché dovranno districarsi in un sistema che è stato costruito per anni proprio per impedire che un progetto come questo andasse in porto.

Per questo motivo ci sembra fondamentale che alla decisione - contenuta nel decreto aiuti e energia, approvato il 2 maggio dal governo - di assegnare al sindaco le competenze per un piano di gestione dei rifiuti per Roma Capitale, segua un momento di riflessione e pianificazione per iniziare i lavori con il piede giusto. E speriamo che questo articolo sia un piccolo contributo per poterlo fare.