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2021-02-27 13:52

Dare Acqua al Domani

SERVIZIO IDRICO INTEGRATO

di: 
Stefano Venier

L’autore, amministratore delegato del Gruppo Hera, torna a trattare per noi il tema dell’acqua nelle molteplici dimensioni della sua complessità: non solo gestione di un servizio integrato secondo modelli sempre più innovativi, ma risorsa per la vita futura. In questo senso, affronta anche apertamente il tabù delle tariffe medie in Italia, fra le più basse d’Europa.

0. L’invisibile e i suoi derivati: nuovi dispacci dal fronte dell’acqua

Su questo stesso blog, circa un anno e mezzo fa, ho tentato di contribuire alla discussione pubblica sull’acqua provando a “schiarire” quella sorta di black box che precede e segue il rubinetto di casa. In quell’occasione, in particolare, mi ero dato il compito di rendere visibili le articolate dimensioni industriali del Servizio idrico integrato, dei cui effetti il cittadino si trova spesso a beneficiare senza quasi rendersene conto, un po’ come se l’acqua potabile e una corretta gestione dei reflui in uscita dalla sua abitazione gli fossero garantite dall’ordine inerte e naturale delle cose.

Lungi da me, tuttavia, credere che le considerazioni allora esposte potessero essere risolutive. Se infatti l’acuirsi dei cambiamenti climatici incrementa la frequenza delle situazioni di stress idrico, accresce l’importanza di ogni singola goccia e rende quindi sempre più urgenti gli adeguamenti gestionali, infrastrutturali e tecnologici su cui tanta parte del Paese è ancora in ritardo, nondimeno l’acqua seguita ancora a solleticare le fantasie di chi crede che la sua gestione comporti incombenze tutto sommato ordinarie, possibili a tutti. La recente introduzione di un credito d’imposta per l’acquisto di sistemi di filtraggio dell’acqua potabile, in questo senso, è abbastanza indicativa, perché favorisce – e forse addirittura presuppone – l’idea che dal rubinetto esca qualcosa di non trattato[1].

In qualità di amministratore delegato di una multiutility che sull’idrico impiega più di 1200 persone e orienta la quota più significativa dei propri investimenti, mi trovo così a ridosso di una sorta di soglia, affacciato su due mondi che fra loro sembrano quasi incompossibili: da un lato un contesto segnato dall’avvitarsi di questa conclamata miopia culturale e dall’altro, invece, tanti colleghi che persino durante la pandemia, quando ogni singola operazione è diventata più complessa e laboriosa, hanno mantenuto gli stessi identici standard di servizio, con tutto e nonostante tutto. Che succede, allora, al confine fra questi due mondi? Come fanno, contemporaneamente, a sussistere entrambi?

La domanda mi accompagna da tempo ma recentemente mi è apparsa in una nuova luce grazie ad Adaptation.it, un progetto di constructive journalism che, indagando attraverso un webdoc le migliori pratiche di adattamento al climate change, ha scelto di cominciare il proprio viaggio italiano dall’Emilia-Romagna, bussando alla nostra porta per capire cosa stessimo facendo, in concreto, sul fronte dell’acqua, cioè della risorsa naturale più direttamente stressata dai cambiamenti climatici[2]. Questo ci ha obbligato – letteralmente - a riscoprire un po’ noi stessi, perché ci è stato chiesto di raccontare e far vedere tutto quello che ogni giorno mettiamo in campo per garantire la continuità e l’efficienza del Servizio idrico integrato. Per un verso ne è emersa una ricca rassegna di impianti, progetti e innovazioni che assieme al capitale umano formano il corpo vivo di una resilienza dai tratti molteplici, che tenterò di illustrare al di là delle etichette di comodo. Per un altro verso, però, ci siamo anche accorti di come il nostro stesso lavoro ci assorba talvolta al punto da non lasciarci il tempo per riconoscerlo nella sua entità, come se persino noi stessi – certo, involontariamente – contribuissimo alla scarsa visibilità che sconta il comparto.

Insomma: questo perdurante oblio – che certamente va superato - non può avere una sola ragione, né sarà risolto da chi ne cerchi un singolo e presunto “colpevole”.

Mi pare, poi, che alla sua base agisca qualcosa di più profondo, da leggersi e comprendere adeguatamente e relativo – per così dire - a una sorta di unseen di livello superiore, che si aggiunge a quello che già sconta, in primo grado, l’industria dell’idrico, sovradeterminandolo.

Ad essere invisibili, in altre parole, non sono solo acquedotti interrati, fognature sepolte e impianti di potabilizzazione e depurazione che, ai margini dei centri abitati, costituiscono presenze tanto giganti quanto discrete. Dell’acqua, infatti, è invisibile anche l’impronta o, per meglio dire, le impronte: le impronte che di acqua, e in particolare di acqua consumata per rendere possibile una certa attività, sono intimamente costituite, certo, ma anche le impronte che dall’acqua devono essere tolte perché essa risulti potabile e/o compatibile con l’ambiente. Queste due diverse tipologie di impronta - di acqua e nell’acqua, unitamente alla necessità della loro presa in carico, sono alcune delle ragioni più fondamentali che giustificano ed esigono l’esistenza stessa di un servizio idrico, e l’invisibilità di cui soffre quest’ultimo non può che dipendere – in buona parte – anche dalla loro. Insomma: se il what di una certa industria continua a sfuggire ai più, è probabile che anche alcuni dei riflettori puntati sul suo why siano guasti o, almeno in parte, non ancora del tutto accesi.

 

0.1 Obiettivi

Nel tentare di porvi rimedio, ci diamo due obiettivi.

Il primo ci mette in gioco, anzitutto, come cittadini, ed è quello di spiegare questa sorta di buio, senza cedere alla tentazione di una sua semplice e sbrigativa condanna ma provando anzi a riconoscerne anche quelle dimensioni culturali e antropologiche che non possono essere trascurate da un’impresa che, pensandosi in una prospettiva ecosistemica, intenda davvero fare squadra con i propri stakeholder. Se il servizio in quanto tale, come abbiamo scritto in passato, è invisibile perché in larga parte inaccessibile, cosa possiamo dire delle impronte di cui sopra? Quali sono le ragioni – economiche, culturali e cognitive - che le rendono così sfuggenti?

Il secondo obiettivo, invece, ci interessa soprattutto in quanto operatori del settore ed è l’illustrazione di un modello di impresa fortemente innovativo, capace di esprimere un potenziale tecnologico che, nel dimostrare come sia possibile leggere e farsi operativamente carico di ogni tipo di impronta idrica, riveli anche quanto tutto ciò sia estremamente complesso. Oggi, infatti, abbiamo bisogno non soltanto di una gestione integrata, circolare e resiliente della risorsa idrica ma anche di un’opinione pubblica che comprenda la difficoltà della partita, riconosca il valore delle strategie e degli asset necessari ad affrontarla e si assuma, direttamente, una parte della responsabilità collegata a tutto questo. A sua volta, la stessa cornice del Recovery plan rappresenterebbe il luogo ideale in cui riconoscere l’entità delle sfide in capo al comparto idrico, sfide che al momento – nell’ambito dei vari capitoli in cui si articola il piano – appaiono pensate e dimensionate in una misura ancora largamente perfettibile.

 

1. Sulle tracce dell’inquantificata water footprint, l’acqua che-serve-per

Partiamo dall’impronta del primo tipo, la cosiddetta water footprint. La sua notorietà è certamente oscurata dalla più celebre carbon footprint, agli onori di tante cronache perché effettivamente centrale nella lotta ai cambiamenti climatici. Per il nostro futuro, tuttavia, la water footprint è altrettanto decisiva. Bisogna infatti considerare che una parte di quei cambiamenti è già in atto e che altri, quand’anche riuscissimo a contenere l’innalzamento delle temperature sotto le soglie di guardia indicate dalle Nazioni Unite, saranno a loro volta inevitabili. Questo vuol dire che un mondo con meno acqua, nei prossimi anni, è pressoché certo, e non prepararsi ad esso sarebbe dunque del tutto incomprensibile.

Com’è possibile, del resto, che un sistema non abbia sempre piena contezza né misura degli effettivi consumi idrici che gli fanno capo? Nella maggior parte dei casi questo si verifica perché, una volta che per meri oneri di servizio è stata evasa la questione dei consumi idrici diretti, solo in pochi affrontano quelle operazioni di life cycle assessment da cui emergerebbero anche gli altrettanto rilevanti consumi indiretti, corrispondenti per esempio all’acqua che ha alimentato tutte le singole fasi attraverso cui avviene la realizzazione di un determinato bene o servizio.

Basti pensare all’enorme quantità di prodotti alimentari che acquistiamo e consumiamo nella più totale inconsapevolezza dell’impronta idrica che ne risulta complessivamente implicata, un’impronta che in alcune circostanze – il caso di scuola è dato dalla carne “rossa” – è davvero profonda. Per non dire dell’abbigliamento, settore della cui “sete” siamo perlopiù all’oscuro vista la frequenza con cui facciamo incetta di capi di vestiario che finiamo poi per utilizzare in una sola occasione. In questo senso, un’etichetta che rendesse trasparente questo tipo di informazioni sarebbe davvero importantissima, in più direzioni: costituirebbe anzitutto un driver per la responsabilizzazione dei consumatori, ma aprirebbe anche un nuovo fronte su cui i player del mercato si troverebbero a competere e a migliorarsi facendo maggiormente leva su innovazione ed efficienza e, infine, fornirebbe un parametro oggettivo fondamentale a cui le politiche di indirizzo potrebbero riferirsi per premiare – attraverso leve economiche di vario genere – le imprese più resilienti.

Il discorso, beninteso, andrebbe declinato per tutti i comparti della nostra economia: che in gioco vi siano prodotti o servizi, non si può infatti ignorare l’allarme delle Nazioni Unite, dalle cui evidenze risulta come entro il 2050, in assenza di adeguate contromisure, la domanda idrica complessiva supererà del 40% l’acqua che il Pianeta potrà effettivamente metterci a disposizione. E in questa prospettiva, inoltre, proprio il bacino del Mediterraneo costituisce una delle aree più fragili, aggredita da una desertificazione che già oggi, per esempio, minaccia le abitudini agricole di tante regioni.

In tutto questo – bisogna dirselo - non c’è niente di semplice, e i primi a saperlo sono proprio gli operatori del settore idrico. Dalla prospettiva di un’impresa come Hera, in particolare, appare evidente come la natura degli impegni a cui siamo chiamati - sollecitata da fattori contestuali dirompenti e complessi - stia evolvendo in maniera radicale. Il continuo consolidamento infrastrutturale e l’incessante efficientamento dei processi - benché indispensabili per business continuity, messa in sicurezza dei territori serviti, contrazione dei consumi idrici interni e razionalizzazione di quelli esterni - non sono più condizioni sufficienti di un servizio idrico che, nello scenario attuale, intenda perseguire la massima resilienza possibile. Occorre aggiungervi, quantomeno, l’onere di una gestione pienamente circolare della risorsa, teso al suo riuso e alla sua rigenerazione, ma anche il non facile compito di dimensionare, mappare e gestire una domanda idrica che nel suo insieme appare soggetta a un mix estremamente dinamico di fattori, cui concorrono le sue variazioni stagionali e le evoluzioni storiche e tecnologiche dei distretti agricoli e industriali che la esprimono, senza dimenticare quegli sprechi e quelle rotture di rete che, molto spesso, si rivelano di complicata individuazione.

Di nuovo, insomma, si tratta di conquistare alla luce qualcosa che per sua natura tende a sfuggirle. Viene in mente, sulle prime, quel dark side of the moon reso celebre dai Pink Floyd, se non fosse che una metafora di questo tipo, per poco che si provi a saggiarne la validità, rivela immediatamente la propria fallacia: del volto che la luna ci nega, infatti, conosciamo quantomeno la posizione (sappiamo cioè, banalmente, che “è dietro”), mentre in molti di questi casi – si pensi alle perdite occulte – parliamo di qualcosa che, oltre a dover essere misurato, dev’essere anzitutto avvertito, quindi trovato e infine, nel minor tempo possibile, raggiunto e affrontato.

 

1.1 A piedi, dallo Spazio e dal futuro: breve rassegna dei rabdomanti di Hera

Se penso all’esperienza compiuta in azienda, dunque, mi rendo conto di quanto sia stato importante muoversi per tempo, lavorando ad ampio raggio sulla prefigurazione degli scenari di medio e lungo termine e sulle corrispettive strategie di adattamento, che proprio sul fronte del contrasto alle perdite – ad esempio – ci stanno dando ragione. Rispetto ad acquedotti italiani che perdono quotidianamente una media di 24 metri cubi di acqua per chilometro di rete, infatti, il territorio emiliano-romagnolo in cui operiamo riesce a limitare le dispersioni giornaliere a 9,1 metri cubi di acqua per chilometro. Negli ultimi tre anni, in particolare, le sole attività di ricerca attiva hanno permesso al Gruppo di individuare 2.700 perdite occulte, riparando le quali sono stati recuperati circa 7 milioni di metri cubi di risorsa idrica, equivalenti a più di quattro miliardi di bottiglie d’acqua. Ancora più significativi alla luce dei cambiamenti climatici in atto, questi importanti risultati beneficiano certamente degli oltre 150 milioni di euro che il Gruppo investe ogni anno nel comparto idrico, ma anche e soprattutto di una tensione continua all’innovazione che ci ha permesso di mettere a punto metodiche di ricerca e tecnologie di rilevazione sempre più sensibili e intelligenti, certamente irriducibili – come tali - a una inerte somma di contatori sparsi per il territorio.

Accanto alla ricerca programmata di tipo tradizionale, si sono così aperte nuove frontiere di avanzamento, permettendoci di disegnare un approccio integrato al tema delle perdite, che parte dalla cosiddetta distrettualizzazione delle reti, passa attraverso il ricorso a scansioni satellitari e raggi cosmici e arriva fino alla sperimentazione di una manutenzione dell’acquedotto basata su logiche predittive, che grazie all’intelligenza artificiale si danno l’obiettivo di trovare le condotte a maggior rischio di rottura, per intervenire prima che si verifichino le dispersioni.

 

2. L’impronta dell’uomo nell’acqua: come si nasconde e come si trova

Nel mondo perfetto in cui dovessimo misurarci con queste sole partite, si tratterebbe già – ogni volta - di una finale di Champions League. Per non farci mancare nulla, tuttavia, accanto all’impronta DI acqua dobbiamo poi considerare – come minimo - anche l’impronta NELL’acqua, relativa cioè alle tracce lasciate nell’acqua stessa dall’uomo e/o da altri fattori naturali, tracce che devono essere individuate e rimosse per potabilizzare la risorsa o, nel caso dei reflui avviati a depurazione, per renderla quantomeno compatibile con gli ecosistemi di ricezione e i suoi ulteriori impieghi.

 

2.1 Quanto dura la scia di un battello? Le ragioni cognitive di un grande oblio

Fisicamente non più visibile della prima, questa seconda impronta deve il suo peculiare oblio sociale a ragioni diverse, in buona parte riconducibili alle leggi stesse che governano il nostro immaginario. L’idea che sia possibile lasciare un’impronta nell’acqua, infatti, è tutt’altro che pacifica. Anzi: eccettuate le scorie più ingombranti come l’enorme isola di rifiuti che infesta l’Oceano Pacifico - l’acqua seguita ad apparirci sotto le mentite spoglie di una materia tendenzialmente franca, indisponibile o – per meglio dire – renitente alla leva umana. È significativo, ad esempio, come persino Umberto Eco, volendo inchiodare la ricerca scientifica alle responsabilità derivanti dagli effetti che essa produce sul mondo studiato, la paragoni non già alla navigazione, in cui – scrive il semiologo italiano - “la scia del battello sparisce non appena la nave è passata”, bensì a un’esplorazione via terra, in cui “la traccia dei veicoli e dei passi, e i sentieri tracciati per attraversare una foresta, entrano a modificare il paesaggio stesso e ne fanno da quel momento parte integrante, come variazioni ecologiche”[3].

La scia di un battello: quanto “durerà”?

“Ciampate del diavolo”, alto casertano. Orme lasciate nel tufo dall’Homo heidelbergensis, fra 600 e 100 mila anni fa

Simili parole, scritte nel 1975, non soltanto conservano intatto il loro fascino ma centrano anche l’obiettivo di collocare il mestiere dello scienziato in una prospettiva etica. La metafora di cui si servono, tuttavia, è figlia di un mondo che forse non c’è mai stato e che, sicuramente, non c’è più. Mai sarebbe venuta in mente, ad esempio, a quei tre giovani artisti di Taiwan che - prelevando campioni d’acqua inquinata da 100 diversi punti delle falde acquifere dell’isola e congelandoli negli appositi stampini per ghiaccioli – non sono soltanto riusciti a far vedere “le variazioni ecologiche” che l’uomo lascia eccome nell’acqua ma hanno anche avuto la brillante idea di farlo attraverso un ghiacciolo, mostrando così come tali “impronte” – nei modi apparentemente più ludici e innocenti – possano tornare a farci visita. Hung I-chen, Guo Yi-hui, Cheng Yu-ti, Polluted Water Popsicles, National Taiwan University of Art

 

2.2 I detective dell’acqua: fra ultratracce e tecniche avanzate di rilevazione

Ora: anche se le acque italiane, per fortuna, godono di una salute migliore di quelle raccolte in questi stampini, il lavoro delle aziende del comparto idrico non è per questo più semplice. Anzi: per garantire a tutti i cittadini l’accesso a un’acqua potabile di qualità e per essere sicuri di restituire all’ambiente, attraverso la depurazione, una risorsa utile al ciclo della vita, occorre andare alla ricerca di entità che spesso non sono rintracciabili se non adottando scale atomiche o molecolari, dunque con riferimento a dimensioni del tutto infinitesimali, indisponibili non soltanto alla vista umana ma anche a molti strumenti di rilevazione tradizionali. È la sfida con cui si confrontano ogni giorno i laboratori di Hera, che in un solo anno hanno analizzato quasi 80 mila campioni di acque potabili e reflue, effettuando circa 600 mila determinazioni dei loro parametri[4]. Per riuscire in una tale impresa, l’innovazione tecnologica è imprescindibile: oltre a rendere “parlante” una enorme mole di dati, essa rappresenta infatti lo strumento principale per accordare l’analisi delle acque ai processi di una società in continua evoluzione, una società di cui quelle stesse acque sono una cartina di tornasole tanto indicativa quanto mutevole.

In base alla vocazione di ogni singolo territorio, più industriale in un caso e più agricola nell’altro, Hera si trova così a modulare di conseguenza i propri piani di controllo, cercando ogni volta di pervenire alla più efficace e sartoriale attuazione dei cosiddetti Water Safety Plans, cioè di quei protocolli europei per il controllo di tutte le fasi della filiera di produzione e distribuzione dell’acqua potabile.

Altrettanto importante è il trattamento delle acque reflue, in cui la ricerca delle impronte lasciate dall’uomo si sta facendo sempre più sensibile e intelligente. Depurare, infatti, non significa necessariamente rimuovere ogni sostanza rilevata bensì capire, per ogni ecosistema di ricezione e per ogni riuso atteso, quale particolare grado di depurazione bisogna raggiungere.

 

3. Resilienza adattiva, la sfida sensibile delle IoTility

A prescindere dalle singole case history, il quadro sin qui delineato aiuta a precisare la natura della resilienza che, nel corso degli anni, ha permesso a un soggetto come Hera di garantire non soltanto la continuità ma anche l’efficienza di un servizio idrico integrato che sta dimostrando di poter superare stress sistemici di varia natura. Tale resilienza, in particolare, mi sembra quantomeno duplice.

Da un lato, infatti, essa ha carattere reattivo, e riguarda la capacità – infrastrutturale, certo, ma anche e soprattutto umana – di “reggere l’urto” a fronte di shock specifici: mi riferisco, evidentemente, a eventi calamitosi come alluvioni, esondazioni e siccità, ma anche a quegli stravolgimenti improvvisi dell’ecologia organizzativa che abbiamo conosciuto e stiamo tuttora gestendo per effetto del Covid-19. Se i cittadini non hanno avvertito variazioni significative nel livello qualitativo di erogazione di servizio, una parte importante del merito va cioè riconosciuta a chi, sul campo e ogni singolo giorno, ha deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo, attingendo a risorse interiori che non erano contemplate da nessuna job description e per le quali arrivo perfino a dubitare che esista una formazione specifica.

Dall’altro lato, però, si stanno rivelando anche gli effetti di una resilienza soprattutto adattiva, che lavora su tempi più lunghi, sottotraccia, ma che non è meno importante. Alla sua espressione concorrono peraltro anche gli stakeholder dell’impresa, perché la sfida dell’adattamento si vince solo con un’evoluzione convergente dei comportamenti di tutti, compresi quei singoli cittadini che usando l’acqua in maniera responsabile possono aiutarci a fare la differenza.

In questa logica, d’altronde, è altrettanto importante la dimensione dell’innovazione tecnologica, di cui sopra ho citato alcuni sbocchi operativi. Solo sfruttando le più avanzate tecnologie, infatti, è possibile mettersi nelle condizioni di trasformare il plesso dei propri asset in qualcosa di elastico, che sappia rimodularsi in maniera sensibile, tempestiva e performante sulla base dei trend in atto, a partire – senza dubbio - da quelli climatici. Proprio per questo, l’aspetto qualificante di una tale innovazione tecnologica è dato dal suo ampio ricorso a sensoristica e algoritmica, cioè ad apparecchiature che portino l’inorganico verso uno stadio senziente e a sistemi che con intelligenza traducano questa grande mole di dati in operazioni conseguenti. Tutto ciò comporta l’affermazione di un modello di impresa in parte nuovo, che nel nostro settore potrebbe prendere il nome di IoTility, indicando con ciò un’utility che proprio come Hera faccia leva sull’internet delle cose e sull’intelligenza artificiale per massimizzare la propria capacità adattiva, coniugando esseri umani sempre più tecnologici a tecnologie sempre più umane.

 

3.1 Per una tecnica aperta

La tecnologia di cui oggi c’è bisogno, in altre parole, deve passare il testimone della sua stessa invenzione agli utenti che se ne servono, offrendosi loro come qualcosa di costitutivamente “aperto”, caratterizzato cioè da un margine agibile di indeterminazione, da una riserva – se si preferisce – di elasticità che le consente di prestarsi a occasioni nuove, che all’atto della sua nascita non erano state necessariamente previste. La ratio dell’intelligenza artificiale, in fondo, si inscrive in questo esatto solco, perché rende la tecnica porosa, capace di “respirare” e “sentire” la realtà su cui è chiamata a intervenire, rispondendole “a tono”.

Nelle aziende, però, faremmo davvero poca strada se questa stessa apertura non fosse perseguita, al contempo, anche dalle persone. A fronte di evoluzioni del contesto caratterizzate da frequenza, intensità e multifattorialità assolutamente dirompenti, infatti, chi restasse nella propria comfort zone, cioè in modalità “chiuse”, si condannerebbe a morte certa e non necessariamente lenta, con tutto ciò che questo comporterebbe per i territori e i sistemi socio-economici di cui imprese come le utility sono parte inemendabile e funzione costitutiva.

Su questo fronte l’Italia evidenzia ancora qualche ritardo ma non manca, al contempo, di dare segnali incoraggianti: la dotazione investibile in technology transfer e quindi nell’ambito del cosiddetto “deep tech” ha oggi superato, complessivamente, il miliardo di euro[5] e ulteriori sviluppi, nella speranza che l’attuale incertezza del quadro politico generale non pregiudichi alcunché, sono ragionevolmente attesi come effetto di quei 19 miliardi di euro che potrebbero essere complessivamente destinati all’Industria 4.0 fra Recovery Plan e risorse già stanziate dalla vigente legislatura[6].

Nel momento stesso in cui una tale potenza di fuoco sta per essere messa in gioco, è tuttavia fondamentale intendersi molto bene sui termini della partita che abbiamo davanti. Sfida tecnologica, certo, ma da condursi nello spirito autentico dell’apertura di cui sopra, inconciliabile con l'ingegnerizzazione verticale che fino al più recente passato ha rappresentato lo standard di riferimento per le aziende che volevano innovare. La tacita lezione implicata dalla sensoristica, che ricompone in sé stessa la frattura vetero-industriale fra tecnica ed estetica, ci sta cioè introducendo a una stagione in cui il cosiddetto long life learning, la trasversalità delle competenze e la pluralità dei punti di vista convocati ai tavoli di lavoro costituiranno punti di forza da cui le aziende non potranno più prescindere.

Tutto ciò, peraltro, trova conferma negli attuali dibattiti sull'intelligenza artificiale, che sempre più guardano l'algoritmo un po' in filigrana, riconoscendovi non soltanto un'asettica funzione matematica ma anche il risultato di precise assunzioni valoriali, che devono essere disimplicate, comprese e governate anche su base etica[7]. Questo vale certamente a livello pubblico, dove la progettazione di un algoritmo per l'allocazione di determinati bonus - ad esempio - dovrà tenere conto di tutte le variabili utili a evitare che il calcolo abbia effetti di tipo discriminatorio[8], ma vale anche per le imprese, tanto più se, come nel caso di un'IoTility, fa loro capo l'erogazione di servizi di primaria importanza. È il caso, evidentemente, del Servizio idrico integrato e, per Hera, delle innovazioni tecnologiche con cui ne stiamo incrementando efficienza, resilienza e capacità adattiva, nell'interesse di ambiente e comunità servite, ma anche delle generazioni future.

Chi dimostri di saper raccogliere la sfida, però, non deve essere lasciato solo. A livello regolatorio, in altre parole, sarebbe quantomai opportuno identificare meccanismi che sappiano premiare i cosiddetti “early adopter”. Se infatti vogliamo continuare ad avere imprese che si assumono l’onere di testare nuove tecnologie su scale significative, aprendo ad altri prospettive di sviluppo altrimenti inesplorate, occorre che questo loro ruolo sia riconosciuto in maniera concreta, anche e soprattutto per evitare che gli oneri collegati alla scoperta e all’indicazione di nuove frontiere deprimano il necessario orientamento alle stesse.

 

4. La questione del costo del servizio: chi ci pensa all’acqua dei posteri?

Giunte a una determinata svolta della loro evoluzione, cose talvolta non viste ricevono una luce sorprendente, capace di rivelare la loro presenza. È così, si sa, per la Luna, che uscendo lungo la sua orbita dal cono d'ombra della Terra le diventa improvvisamente visibile. Che qualcosa di analogamente rivelatorio attenda finalmente al varco anche il servizio idrico integrato? Rispondere, purtroppo, è complicato. Difficile, soprattutto, capire se la svolta che si prospetta al comparto idrico come effetto indotto da deep tech e da asset infrastrutturali sempre più sensibili possa valergli l'uscita dai tanti coni d'ombra che abbiamo visto. Inghiottendone il why non meno del what, infatti, essi hanno dato prova di una profondità che probabilmente non potrà essere rischiarata senza l’ausilio di qualche leva ulteriore.

La questione del costo che ogni famiglia e ogni azienda corrisponde per il servizio fornitole, in particolare, non è ancora stata sottoposta nei termini appropriati all’attenzione dell’opinione pubblica. In questo senso, il caso di Hera - con soli 2,1 euro ogni 1000 litri di acqua (a fronte dei 280 euro mediamente pagati per una corrispondente quantità di acqua minerale in bottiglia), esemplifica molto bene il paradosso tutto italiano del servizio idrico integrato che - anche quando garantisce continuità, qualità e radicale innovatività delle prestazioni erogate - vi fa corrispondere un “prezzo” fra i più bassi in Europa.

Positivo o meno che possa apparire, questo semplice fatto dovrebbe bastare a qualificare le derive di quanti gridano talvolta alla speculazione. Ma c’è di più: oltre a essere privi di fondamento, questi allarmi stigmatizzano soggetti che in realtà sono spesso impegnati in senso diametralmente opposto a quello che viene loro contestato. Senza attendere un credito d’imposta che sparga ovunque filtri e riduttori di portata, per esempio, un’azienda come Hera è da sempre impegnata per dare a famiglie e imprese strumenti concreti con cui monitorare i propri consumi idrici, confrontarli con quelli di soggetti virtuosi e adottare così comportamenti responsabili e duraturi.

L’interrogativo più profondo che semmai vale la pena di porsi è dunque un altro: siamo sicuri che prezzi di questa entità, pur rispondendo con spirito universalistico alla sacrosanta necessità di garantire a tutti un bene tanto importante, non contribuiscano piuttosto a minacciarne, sul medio e lungo periodo, la stessa disponibilità?

Nel lasciare al lettore la libertà di rispondere, crediamo di avergli fornito alcune chiavi interpretative utili a farlo, ma non possiamo non rammaricarci del fatto che ancora non esista una macchina del tempo: mai come in questo caso, infatti, il parere più dirimente dovrebbe essere chiesto ai posteri, del cui destino – con una leggerezza talvolta evitabile – si decide invece oggi.

 


[1] Cfr. Giordano Colarullo, “Per l’acqua non servono bonus ma riforme strutturali”, Sole24Ore 30 dicembre 2020

[2] Per esplorare la puntata emiliano-romagnola di Adaptation.it: https://www.adaptation.it/italia/intro-emilia-romagna/

[3] Umberto Eco, Trattato di semiotica generale, Bompiani 1975

[4] Dato 2019.

[5] Cfr. Guido Romeo, “L’Italia gioca la sua partita”, Il Sole24Ore, 14 gennaio 2021

[6] Cfr. Luigi Chiarello, “19 miliardi per l’innovazione 4.0”, Italia Oggi, 14 gennaio 2021

[7] Cfr. Mark Esposito, “L’uomo al centro dell’intelligenza artificiale, per un nuovo equilibio fra purpose e tecnologia”, Rienergia, 26 novembre 2019

[8] Interessante, in questo senso, l’esperienza del Woman Leading in AI network fondato da Ivana Bartoletti, autrice peraltro del recente volume An artificial revolution. On power, politics and AI, The Indigo Press, 2021