Oggi:

2021-02-27 13:11

Ambiente Percepito e Ambiente Misurato

COVID 19-PM10

di: 
Giovanni Barca

I possibili nessi della pandemia con l’inquinamento atmosferico e, più in generale, con lo stato di salute dell’ambiente hanno un forte potere di suggestione e sono spesso evocati, anche a sproposito. Urge un’analisi scientifica fondata su dati reali per indirizzare correttamente gli investimenti. Il ruolo del Sistema delle Agenzie per l’ambiente.

Da quando la pandemia è entrata nelle nostre vite la discussione su quale modello di sviluppo si voglia perseguire per salvaguardare salute e ambiente ha ripreso un certo vigore. La relazione tra inquinamento atmosferico e Covid, in particolare, è stata oggetto di dichiarazioni e articoli non sempre supportati da basi scientifiche e, talvolta, ispirati da suggestioni e pregiudizi.

Le questioni che si pongono rispetto all’inquinamento atmosferico legato alla pandemia sono sostanzialmente due:

- il blocco delle attività conseguente al confinamento ha prodotto effetti positivi?

- il coronavirus si è diffuso anche a causa della forte presenza di polveri sottili?

Collegata a tali quesiti vi è poi una terza questione di merito e di metodo inerente la formazione, l’elaborazione e la diffusione dei dati che lo Stato dovrebbe fornire in tempi ragionevoli per tramite dei soggetti istituzionalmente preposti.

 

Quanto al primo punto si deve prendere atto che, nonostante il blocco di tante attività, il 2020 non ha registrato miglioramenti. Anzi. Ricordiamo che la rete di rilevamento e monitoraggio della qualità dell’aria è gestita in Italia dal SNPA che vi provvede da anni con oltre 500 centraline situate in luoghi ben definiti del nostro territorio. Quest’anno, per la prima volta, il rapporto sulla qualità dell’aria dell’anno precedente, che normalmente è pronto nel secondo trimestre dell’anno successivo a quello di rilevamento, è uscito già nel mese di gennaio sotto forma d’anteprima.

Dunque, nell’anteprima sulla qualità dell’aria in Italia nel 2020, il SNPA ha registrato superamenti del limite giornaliero per il PM10 in 155 stazioni su 530 (29,2%); nel 2019 aveva superato il limite il 22% delle stazioni (limite UE: 50 μg/m3, da non superare più di 35 volte in un anno). Sono 400 invece le stazioni che hanno superato il valore raccomandato dall'OMS, analogamente a quanto successo nel 2019 (limite OMS: 50 μg/m3, da non superare più di 3 volte in un anno). Vedi dettaglio dei dati per gli anni 2015-2019.

Da una prima analisi dei dati, uno dei fattori principali che hanno originato l’aumento rispetto al 2019 è stata la minore piovosità, sia a gennaio che da ottobre alla prima metà di dicembre 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019. Il lockdown legato all’emergenza COVID-19 non è stato sufficiente a  compensare una meteorologia meno favorevole alla dispersione degli inquinanti, sia perché ha avuto luogo in un periodo dell’anno in cui le concentrazioni di PM10 sono già di per sé poco elevate, sia perché i suoi effetti sul PM10 sono stati relativamente contenuti, rispetto a quelli invece verificatisi per il biossido di azoto (Vedi “Qualità dell’aria e lockdown”). Per gli ossidi d’azoto ci sono stati infatti riduzioni consistenti seppur temporanee.

Il SNPA conferma l’esigenza di ridurre in modo sinergico e su ampia scala non solo le emissioni dovute ai trasporti su strada, ma anche quelle dovute alla combustione di biomassa e alle attività zootecniche.

Attendiamo il rapporto ufficiale definitivo, ma i dati appaiono già significativi. Se, ingenuamente, durate il confinamento, qualcuno pensava che avremmo risolto i problemi ambientali perché tutto si era fermato dovrà ricredersi; a problemi complessi vanno date risposte articolate nel merito e gli interventi da predisporre sono strutturali e hanno costi elevati. Di sicuro non basteranno le auto elettriche, ammesso che la loro impronta ambientale sia a bilancio positivo.

In questo senso, ove ci fosse volontà politica, sarebbe necessario un disegno basato sui dati ed i suggerimenti delle Agenzie per l’Ambiente, per indirizzare le risorse UE disponibili a seguito della pandemia (Next Generation EU). Un intervento strutturale complesso per migliorare la qualità dell’aria in pianura Padana e in tutte quelle aree ove si rilevano superamenti dovrebbe esser ben accolto dall’Unione Europea. Peraltro, la Corte di giustizia UE ha già condannato il nostro Paese per gli sforamenti di Pm10 rilevati in maniera sistematica e continuata tra il 2008 e 2017, mentre un’altra procedura per il Pm2,5 è già stata avviata.

Inoltre, a prescindere dalle problematiche legate alla pandemia, ricordiamo che nel rapporto 2019 l’Agenzia Europea per l’ambiente (EEA) ha stimato per l’Italia circa 60.000 morti premature per l’esposizione al Pm 2,5.

 

Quanto al secondo punto, la risposta è complessa e coinvolge il delicatissimo rapporto tra ambiente e salute che necessita del contributo di tante professionalità e l’incrocio dei dati ambientali con quelli epidemiologici.

Purtroppo, ancora non vi è una posizione ufficiale condivisa da parte dei soggetti preposti per legge, cioè ENEA, ISS e SNPA, che nell’aprile dello scorso anno hanno lanciato il progetto PULVIRUS con l’obiettivo di offrire a istituzioni e cittadini informazioni, risposte e indicazioni sulla base di dati scientifici, competenze ed esperienze in tema d’inquinamento atmosferico e Covid-19. Gli obiettivi sono encomiabili e nascono dalla volontà di fare chiarezza; il progetto dovrebbe durare un anno e non è ancora stata pubblicata alcuna relazione intermedia.

In attesa di conoscere le risultanze che emergeranno dal progetto PULVIRUS, di seguito, tra i tanti contributi in argomento, si riportano le posizioni sostenute da alcuni ricercatori che ci paiono ragionevoli.

1) Un recentissimo studio del CNR e Arpa Lombardia sostiene che il particolato atmosferico non favorisce la diffusione in aria del virus. Link: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935120315000

La prima ondata della pandemia da Covid-19, nell'inverno 2020, ha colpito in maniera più rilevante il Nord Italia rispetto al resto del Paese. La Lombardia, in particolare, è stata la regione con la maggiore diffusione. A maggio 2020 vi erano registrati 76.469 casi, pari al 36,9% del totale italiano di 207.428 casi. Perché la distribuzione geografica dell'epidemia sia stata così irregolare è ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica.

Sul punto del rapporto tra Pm10 e Covid, la tesi del CNR e di Arpa Lombardia si basa sul fatto che la quantità di RNA ritrovata sui campionatori dedicati al monitoraggio della qualità dell’aria è estremamente modesta, mentre un individuo per rimanere contaminato all’aperto dovrebbe inalare una gran quantità d’aria in una zona con altissima concentrazione di contagio. Lo studio afferma che anche ipotizzando una quota d’infetti pari al 10% della popolazione sarebbero necessarie, in media, 38 ore a Milano e 61 ore a Bergamo per ispirare una singola particella virale. Lo studio conclude che una contaminazione di questo tipo sia assai poco probabile.

2) Un'altra posizione approfondita è quella dello Steering Committee del progetto CCM RIAS pubblicata sulla rivista dell’associazione italiana di epidemiologia nell’aprile dello scorso anno. In tale pubblicazione, gli autori, sottolineando che il virus viene trasmesso principalmente attraverso le goccioline respiratorie (droplets) di persona infetta a distanza ravvicinata, a seguito di un colpo di tosse o di uno starnuto o di semplice parola, rilevano anche l’indicazione che il virus possa essere ancora infettivo nell’aerosol di un ambiente chiuso. Infine, ipotizzano che il particolato atmosferico possa essere un supporto (carrier) per la diffusione del virus per via aerea, ma questa ultima ipotesi “non sembra avere alcuna plausibilità biologica”. Infatti, pur riconoscendo al PM la capacità di veicolare particelle biologiche (batteri, spore, pollini, virus, funghi, alghe, frammenti vegetali), appare poco plausibile che i Coronavirus possano mantenere intatte le loro caratteristiche morfologiche e le loro proprietà infettive anche dopo una permanenza più o meno prolungata nell’ambiente outdoor. Temperatura, essiccamento e UV danneggiano infatti l’involucro del virus e quindi la sua capacità di infettare.

Anche se l’ipotesi che il virus usi le polveri sottili come vettore pare improbabile, è comunque di tutta evidenza che una lunga esposizione ad una scadente qualità dell’aria è un fatto dannoso di per sé e predispone ad avere maggiori danni nella contrazione di una malattia respiratoria.

 

Quanto alla terza questione, quella relativa alla formazione, elaborazione e diffusione del dato, è evidente che sarebbe necessaria una risposta tempestiva e puntuale delle istituzioni per informare correttamente politica e cittadini ed evitare il diffondersi di notizie fuorvianti.

Mai come in questo periodo di pandemia, la scienza pare riappropriarsi del posto che le è proprio. Dalle cure alle simulazioni della diffusione del virus, sino al vaccino, è chiaro (a quasi tutti) che ricerca e competenza sono indispensabili. Se questi concetti sono stati molto riabilitati in medicina, non altrettanto è accaduto in campo ambientale ove ancora prevalgono comode suggestioni e dove la politica non ha investito in maniera sufficiente.

In questi giorni, sul sito del SNPA, sono pubblicate le interviste dei 21 direttori delle Agenzie per l’ambiente delle Regioni e delle Provincie autonome di Trento e Bolzano inerenti il ruolo e lo stato di salute del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale che comprende anche ISPRA. Dalle interviste emerge che le Agenzie vorrebbero giocare un ruolo di maggior rilievo nel campo della formazione e della verifica della spesa ambientale - Next Generation EU compreso - ma che le risorse umane e strumentali messe loro a disposizione sono ancora carenti, a dispetto della svolta verde che tutti i partiti dichiarano di voler abbracciare.

La riforma del Sistema delle Agenzie per l’ambiente - la legge 132 del 28 giugno del 2016- votata all’unanimità nella scorsa legislatura, a distanza di otre 4 anni, non è ancora stata attuata. In particolare, al pari di quanto succede nella sanità, non sono ancora stati definiti i LEPTA, cioè i livelli di tutela ambientale che dovrebbero esser garantiti omogeneamente su tutto il territorio nazionale. Attualmente, il SNPA costa circa 800 milioni di euro (pari allo 0,4% del Fondo Sanitario Nazionale o al costo di una piccola azienda sanitaria locale) mentre necessiterebbe almeno del doppio delle risorse. Sarebbe inoltre necessario un Contratto nazionale adeguato alle attività e alle competenze dei circa 10.000 lavoratori delle Agenzie. Governo e Sindacati dovrebbero accordarsi su uno specifico contratto o operare una modifica ad hoc in quello della Sanità attualmente applicato: non è più il tempo di subalternità o contrapposizioni se davvero si vogliono misurare in modo adeguato le matrici ambientali.

Nel Collegato Ambientale 2020 denominato “Green New Deal e Transizione Ecologica del Paese“ il Governo, seppur in forma discutibile e senza un adeguata consultazione con le Regioni, aveva avanzato qualche proposta per accelerare la formazione dei LEPTA e per aumentare il finanziamento del sistema. Sullo stato di discussione e formazione di tale provvedimento, che sarebbe urgente, per ora non ci sono novità. E non pare prioritario nel dibattito politico.

 

Ulteriori Riferimenti

https://www.snpambiente.it/2021/01/04/studio-cnr-e-arpa-lombardia-il-particolato-atmosferico-non-favorisce-la-diffusione-in-aria-del-covid-19/

https://www.snpambiente.it/2020/10/08/qualita-dellaria-meccanismi-biologici-e-covid-19/

https://www.snpambiente.it/2020/05/07/qualita-dellaria-e-covid-19-ce-bisogno-di-risposte/

https://www.snpambiente.it/2020/04/29/coronavirus-enea-iss-e-snpa-lanciano-progetto-pulvirus-su-legame-fra-inquinamento-e-covid-19/

https://www.snpambiente.it/2020/04/18/valutazione-del-possibile-rapporto-tra-linquinamento-atmosferico-e-la-diffusione-del-sars-cov-2/

https://www.snpambiente.it/2020/04/14/inquinamento-atmosferico-e-covid-19/

https://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/inquinamento-agricoltura-e-allevamenti-sono-tra-i-principali-responsabili-ma-non-lo-percepiamo