Oggi:

2020-10-24 20:13

Ideologia e Burocrazia Contro Antiche Buone Pratiche

ECONOMIA CIRCOLARE

di: 
Giuseppe Tomassetti*

Dalla Newsletter di FIRE, l’autore mette in rilievo che, in Italia, la cultura del recupero è solida e antica. Purtroppo, oggi, la sua possibile valorizzazione attraverso le nuove impostazioni di economia circolare si scontra con ideologia e burocrazia, anch’esse solide e antiche.

Le proposte di promozione dell’energia circolare ci arrivano nel flusso delle azioni a favore della transizione energetica come fossero una novità di impostazione dei comportamenti; il raccordo di queste impostazioni con il nostro contesto normativo e di immagine rimane però molto difficile.

L’Italia è stata ai margini della prima rivoluzione industriale per mancanza di materie prime, anche energetiche (per più di un secolo siamo stati noi i recuperatori e i riciclatori più che dei nostri rifiuti di quelli degli altri: i cenciaioli di Prato recuperavano la lana dai vestiti usati, la separavano per colori la rifilavano e la ritessevano per i nostri cappotti).

Alcune filiere sono riuscite a esser leader mondiali: le nostre cartiere usano al 57% carta dalle raccolte differenziate urbane; la nostra siderurgia è basata al 81% sul rottame, importato da mezzo mondo; la stessa situazione si riscontra nel riciclo dei pannelli da legno usato. L’organizzazione produttiva italiana basata su filiere di MPI, concentrate in distretti geografici, con una suddivisione della manifattura su più imprese, sembrerebbe ideale per affrontare le sfide dell’economia circolare ma purtroppo così non è. Usciti dalla povertà grazie all’ingegnosità e alla disponibilità al duro lavoro, siamo diventati il Paese del Made in Italy e lavorare con la mondezza non è più di moda.

La legislazione diventa sempre più complessa, strutturata per evitare i rischi e non a prepararsi a saperli affrontare. La normativa sanitaria ed alimentare chiede tutto imballato e sterilizzato, le qualità dei prodotti si abbassano ma, per evitar di assumere rischi, si chiedono nei capitolati sempre e solo materiali formalmente vergini. Inoltre, i materiali di recupero restano col marchio infamante di rifiuto e non riescono a raggiungere lo status di materie seconde. Le proposte di impianti di trattamento che chiederebbero approfondimenti, corresponsabilizzazioni e controlli, sono respinte appena si evidenziano potenziali pericoli.

Scandalosamente esemplificativo cosa succede con i RAEE, i rifiuti delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, fotovoltaico e batterie incluse.

Per decenni ci sono state due sole risposte facili: la delinquenza organizzata o l’esportazione nei paesi più poveri. Ormai, fortunatamente, sono molti i Paesi che rifiutano questi regali e il sistema si sta ingorgando.

Prendiamo l’esempio delle cartiere: ad ogni riciclo le fibre si accorciano e nasce un rifiuto del rifiuto. Si potrebbe bruciarlo in impianti con adeguati filtri e recupero di energia, ma la priorità formale al riciclo di materia e i tabù del rischio impediscono le autorizzazioni. È permesso però cedere tale materiale a imprese che ne riempiono un capannone, che magari dopo un po’ va a fuoco (nel maggio 2019, il Ministro Costa segnalò 262 roghi in un anno). Responsabile morale delle emissioni è indubbiamente chi ha bloccato altre scelte razionali. Le colpe sono distribuite e così dovrebbero essere le soluzioni, non certo facili.

Altro tema tabù è quello dei termovalorizzatori, salvo accettare colonne di camion per inviare i rifiuti in altre Regioni e altri Paesi che ne sono dotati. Purtroppo, rifiutare una soluzione senza mettere a disposizione alternative praticabili, impedisce di migliorare. Le imprese debbono uscire dal recinto dei rifiuti puzzolenti ed inquinanti, gli impianti debbono avere qualità non solo tecnica e ambientale ma anche glamour sociale, ne sono un esempio l’edificio disegnato da Hundertwasser per l’inceneritore Spittelau di Vienna negli anni Novanta, o anche la pista artificiale da sci (italiana), dal dislivello di 150m, creata sul tetto del nuovo termovalorizzatore di Copenhagen. Entrambi in Paesi che non difettano certo di attenzione all’ambiente. Renzo Capra, ai tempi della sua presidenza nel gruppo ASM di Brescia è stato un leader di questo filone, purtroppo, con pochi seguaci.

I funzionari pubblici preposti ad autorizzazioni e controlli debbono avere esperienza, esser pagati bene con l’incarico di individuare i problemi e cooperare

per risolverli a beneficio di tutte le parti; la minaccia del danno erariale porta a non scegliere. La società civile ha bisogno di strumenti informativi attendibili e chiari, messi a disposizione dalla parte pubblica, che aiutino a comprendere la tematica dell’economia circolare e della gestione dei rifiuti e a capire le opzioni disponibili per affrontarla, riducendo il potere di dispensatori di fake news e pifferai magici.

Come sempre avviene nel nostro Paese non mancano eccellenze e buone pratiche, ma se non si supereranno le attuali contrapposizioni ideologiche il rischio è che il potenziale dell’economia circolare venga colto solo parzialmente. E sarebbe un peccato.

 

*Vicepresidente di FIRE Italia