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2020-08-11 23:19

La Legge del Gambero

SCARICHI IN MARE

di: 
Simona Giovagnoni*

La normativa internazionale che regola gli sversamenti in mare dei rifiuti liquidi (acque nere ed acque grigie, acque di sentina, ecc.) delle grandi navi, dai traghetti a quelle da crociera, fa passi indietro e non avanti come i gamberi, condizionando anche le Direttive europee e le leggi nazionali. Il Ministero dell’Ambiente poi, la interpreta al peggio. Ma così si rischia di ridurre il Mediterraneo in uno scarico fognario.

La gestione dei rifiuti liquidi (acque nere ed acque grigie, acque di sentina, ecc.) delle navi è regolata dalla Convenzione Internazionale per la Prevenzione dell'Inquinamento causato da navi, meglio conosciuta come "MARPOL 73/78", emanata qualche decennio fa.

La Convenzione, le cui radici sono fondate sulla precedente "OIL 54" riguardante però soltanto gli idrocarburi, è stata successivamente rielaborata ed ampliata interessando tutte le altre sostanze ritenute pericolose e inquinanti con lo scopo di minimizzare così l’inquinamento dei mari prodotto dalle navi, sia durante operazioni di routine che accidentalmente, con lo specifico obiettivo di controllare il rilascio in mare di tali sostanze, accidentale o deliberato.

La suddetta Convenzione è stata ratificata in Italia con le leggi 462/80 e 438/82, risultando tuttora uno strumento in continua evoluzione, attualmente costituito da 20 articoli e 6 annessi ciascuno dei quali è specifico per la tipologia di sostanze e relative criticità.

In particolare, tali annessi stabiliscono l’individuazione delle c.d. "zone speciali" nelle quali, a causa delle loro rispettive peculiarità (scarsa circolazione, mari chiusi, ecc.), viene prevista l’applicazione di metodi obbligatori per prevenirne l’inquinamento; e nello specifico l'intero Mar Mediterraneo è zona speciale per gli annessi 1 (Oil) e 5 (Garbage).

Sono passati 40 anni dalla sua emanazione e nonostante abbia subito delle progressive revisioni e modifiche, per le navi è rimasta invariata la possibilità di scaricare in mare i propri rifiuti liquidi seppure in modo regolato e controllato. Nel frattempo, però, il traffico marittimo è quintuplicato, senza considerare poi l’arrivo dei cosiddetti giganti del mare, ossia quelle navi da crociera che ospitano migliaia di persone fra passeggeri e membri di equipaggio, con una permanenza ininterrotta per giorni e settimane, trasformandosi di fatto in città galleggianti, con bar, lavanderie, farmacie, piscine, spa, laboratori fotografici, e quant'altro, comportando di conseguenza tutti i problemi di smaltimento dei rifiuti prodotti che ne derivano.

A tal fine la suddetta Convenzione ha previsto che ogni porto debba essere dotato di utili ed adeguate strutture di ricevimento di tutte le tipologie di rifiuti prodotti dalle navi, meglio conosciute come "Utilities & Facilities".

Tuttavia, se per i rifiuti solidi si hanno maggiori evidenze sull'effettivo conferimento da parte delle navi agli impianti portuali, sui rifiuti liquidi, purtroppo, non si hanno fondate certezze, per cui, nello specifico, quello delle acque grigie e nere rimane un problema.

Per avere un'idea di grandezza, tremila passeggeri producono ogni settimana più di 500 mila litri di liquami, equivalenti a circa 10 piscine olimpioniche che, al di fuori dei porti, possono essere gestiti nei seguenti modi:

a più di tre miglia nautiche dalla costa, le navi sono autorizzate allo scarico in mare delle acque usate per le attività e la vita di bordo, ma previo trattamento di sminuzzamento e depurazione;

oltre le 12 miglia nautiche dalla costa, invece, le navi possono scaricare direttamente le suddette acque, tal quali, senza effettuare alcun trattamento.

I sistemi di purificazione utilizzati sono diversi, ma nessuno ad oggi è in grado di garantire la completa sterilizzazione, per cui il risultato è che una certa quantità di batteri fecali, virus, tracce di rifiuti potenzialmente pericolosi come metalli pesanti e farmaci finiscono per essere scaricati in mare. In particolare, la maggior parte di questi impianti, anche se dotati delle più evolute tecnologie di trattamento dei rifiuti liquidi, non comprendono ancora, ad oggi, cicli di depurazione primari, quali: la decantazione, la filtro-pressatura (con scarico dei fanghi) e il trattamento biologico.

Infatti, dalle analisi effettuate da vari laboratori italiani sui diversi campioni prelevati, risulta che molte di queste acque rilasciate in mare dopo aver subito un pretrattamento a bordo, contengono metalli pesanti, quali: alluminio, ferro, azoto ammoniacale (come NH4), solidi sospesi (ad es. sono stati riscontrati 15.860 mg/lt su un limite di 80 mg/lt) e COD (n.b. domanda chimica di ossigeno), sempre oltre i mg/lt 600 su un limite di 160 mg/lt.

Perciò, l’unica procedura sicura per la tutela dell’ambiente marino resta quella di stoccare i rifiuti a bordo e conferirli agli impianti portuali preposti dislocati capillarmente su tutto il territorio; ma questa, per gli armatori, è una prassi costosa rispetto alla possibilità di scaricare gratuitamente i propri rifiuti liquidi in mare secondo le procedure consentite dalla Convenzione Marpol.

Nel 2000 anche la Comunità Europea è intervenuta sull'argomento, nutrendo non poche preoccupazioni sull’inquinamento dei mari e dei litorali degli Stati membri provocato dallo scarico dei rifiuti e dei residui del carico prodotti dalle navi, con specifico riferimento alla attuazione della Convenzione Marpol 73/78. Il Parlamento Europeo ed il Consiglio emanarono la “Direttiva relativa agli impianti portuali di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi e i residui del carico (UE 2000/59/CE)”, riportando testualmente nelle considerazioni preliminari che “E’ possibile proteggere ulteriormente l’ambiente marino riducendo gli scarichi in mare dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico. Tale protezione può essere conseguita migliorando la disponibilità e l’utilizzo di impianti di raccolta e il regime coercitivo”. Tale Direttiva, recepita dall'Italia con il D.lgs 182 del 24 giugno 2003, garantiva il rispetto del "principio di precauzione" e imponeva alle navi di conferire agli impianti portuali tutte le tipologie di rifiuti prodotti durante la navigazione.

Ma, nel 2019, la Direttiva è stata abrogata e sostituita dalla Direttiva UE 2019/883 (emanata sempre dal Parlamento Europeo e dal Consiglio in data 17 aprile 2019) allo scopo di allineare il più possibile il regime dell’UE agli indirizzi della Convenzione Marpol 73/78 in materia di prevenzione dall’inquinamento provocato dalle navi.

Paradossalmente, sebbene l’aumento del traffico di navi richieda maggiori e non minori misure di tutela del mare, la nuova Direttiva consente la possibilità di scaricare in mare anche altre tipologie di rifiuti, introdotte dalle modifiche intervenute sui contenuti del testo originale della Convenzione. Con la nuova Direttiva è venuto meno il richiamato principio di precauzione, sul quale, invece, la precedente era orientata per armonizzare il livello europeo; sono venuti meno gli obblighi di conferimento di talune tipologie di rifiuti e sono stati introdotte esenzioni per diverse navi che prima, invece, erano obbligate al conferimento.

Pertanto, nonostante i dichiarati intenti della politica ambientale europea di proteggere l’ambiente marino da ogni forma di inquinamento, questa nuova Direttiva (che a breve dovrà essere recepita dall'Italia) concorre, di fatto, a favorire l'economia delle operazioni marittime in porto riducendo i costi di approdo delle navi invece di aumentare i livelli di prevenzione per un'efficace riduzione dei rischi di inquinamento.

In effetti, il richiamato principio di precauzione avrebbe consentito una politica più restrittiva da parte degli Stati membri a tutela delle proprie coste individuando delle zone di assoluto divieto di scarico, come, per esempio, è stato fatto già da diversi anni negli Stati Uniti d'America, che per l'Italia potrebbero coincidere con le acque all'interno della cosiddetta "linea di base".

 

Che succede in Italia

Il nostro paese ha recepito la Direttiva 2000/59/CE ma non ha mai individuato le zone da ritenersi particolarmente sensibili, come ad esempio tutti i parchi marini, in primis il "Santuario dei Cetacei" che nella sua estensione interessa buona parte della Toscana, per cui avrebbe dovuto vietare qualsiasi scarico anche in alto mare. Eppure, da uno studio condotto da Greenpeace, fin dal 2008, in sei zone monitorate al largo delle coste toscane, liguri, francesi e lungo le direttrici delle rotte principalmente battute nell'area dalle grandi navi, l’acqua è risultata infestata da coliformi e streptococchi fecali, che sono batteri tipici degli scarichi fognari.

Recentemente poi, nonostante il rilievo dato ai decreti per la raccolta della plastica e la campagna mediatica incentrata sulla salute del Mare Nostrum, il Governo non ha dato dimostrazione di una buona e coerente politica di tutela dell’ambiente marino. I Ministeri dell'Ambiente (D.G. per i rifiuti e l’inquinamento) e delle Infrastrutture e Trasporti (D.G. per la Vigilanza sulle Autorità Portuali, le infrastrutture portuali ed il trasporto marittimo e per vie d’acqua interne), hanno congiuntamente fornito una risposta al quesito posto dalla Confederazione Italiana degli Armatori (CONFITARMA) sulla "Disciplina del sewage prodotto dalle navi” fornendo una interpretazione del tutto arbitraria della normativa vigente, che consentirebbe alle navi in sosta nei porti di scaricare sullo specchio acqueo portuale le proprie acque nere e grigie previo trattamento con un impianto autorizzato.

Quanto asserito dai Ministeri, non solo contrasta con la normativa cogente ma è frutto di una libera interpretazione (che, per giunta, non assume carattere dispositivo) ed è stata espressa senza aver interpellato preliminarmente né il competente Ministero della Salute, né gli enti a carattere scientifico, primo fra tutti, l’ISPRA.

Questa, purtroppo, è la causa di quanto sta succedendo in questi giorni nel porto di Civitavecchia dove, con un’ordinanza della locale Capitaneria di Porto, è stata data esecuzione a quella nota del Ministero consentendo alle navi da crociera, in sosta a causa dell'emergenza Covid-19, di scaricare sullo specchio acqueo i propri rifiuti liquidi senza aver fatto alcuna analisi chimico-fisica da parte degli enti preposti ai controlli per escludere ogni pericolo alla salute umana e danno all’ambiente marino. Si disattende così alla regola 12 della Convezione Marpol che, nel caso di specie, prevede tali rifiuti debbano essere conferiti agli impianti portuali per assicurarne il corretto smaltimento.

La stessa regola non consente, certamente, di autorizzare l'uscita delle navi dai porti per andare a scaricare i propri rifiuti oltre le 3 miglia dalla costa al fine di eludere l'obbligo di conferimento all’impianto portuale. Prassi che, purtroppo, sembra si sia verificata in altri porti del Belpaese…

 

*Segretario Generale ANSEP – UNITAM, Associazione Nazionale Servizi Ecologici Portuali