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2020-02-23 04:43

La Banalizzazione della Complessità

DISARTICOLAZIONE TRA POLITICA, INDUSTRIA, RICERCA

di: 
Angelo Spena*

Accumuli sulla rete o in periferia, le filiere nazionali, la progettualità industriale che non c’è. Proprio mentre ciascuna potenza industriale europea si concentra su obiettivi strategici subordinando le politiche per l’energia e il clima ai propri interessi produttivi, sociali, occupazionali e tecnologici, l’Italia continua a vagare gregaria non disponendo della bussola di una politica industriale e della ricerca.

La crescita della generazione decentrata e intermittente impone un diffuso adeguamento delle reti e lo sviluppo di soluzioni per l’accumulo dell’energia elettrica. In favore della flessibilità si dovrebbe puntare al mix meno costoso tra disponibilità di generazione aggiuntiva e di storage, oltre che ovviamente a maggiore efficienza presso la domanda. In linea di principio l’accumulo può essere effettuato nei luoghi di produzione da fonti rinnovabili, ovvero sui nodi della rete elettrica.

La scelta tra privilegiare gli accumuli alla periferia della rete, piuttosto che sui nodi non è affatto indifferente sotto il profilo economico e sociale: nel primo caso si deve compensare l’oscillazione massima e quindi la potenzialità dello storage si avvicina al 100% della potenza installata; nel secondo caso sia gli sbilanciamenti tra domanda e offerta, che le variazioni e le rampe di potenza - in particolare se a forte componente stocastica - si attenuano via via verso l’interno della rete per effetto delle multiple simultaneità, e conseguentemente la capacità di storage necessaria si riduce.

Semplificando, sui luoghi di produzione a fronte dei 70 GW previsti al 2030 in Italia di potenza installata solare ed eolica servirebbero più o meno altrettanti 70 GW in accumuli. Una quantità semplicemente fuori misura. Non sostenibile. Mentre invece effetti di scala (meno sentiti per le batterie, più marcati per i pompaggi) e una più razionale ottimizzazione possono via via amplificare la maggiore convenienza di impianti di accumulo relativamente accentrati verso l’interno della rete.

Di fatto, lo storage in periferia tende per l’interesse collettivo a risultare complessivamente antieconomico, a differenza dello storage sui nodi della rete, più efficace e meno invasivo. Purtroppo per quest’ultimo poco o nulla si è potuto sinora fare in Italia (e si è persa almeno una decina d’anni) per la paralizzante incertezza, tra utilities e Terna, su chi potesse aver titolo a installare e impiegare gli accumuli stante una capziosa distinzione normativa istituzionale tra generazione (produzione) e regolazione (accumulo). Questione tanto più incomprensibile[1] se si pensa che la stessa energia elettrica riveste natura intermedia (o duale, a seconda dei punti di vista) tra bene e servizio, proprio in conseguenza della problematicità del suo immagazzinamento.

Questione il cui trascinarsi (basti pensare al più recente[2] contenzioso Enel – Gse sullo scorporo della energia di pompaggio dalla produzione lorda immessa in rete dagli impianti ad accumulazione idraulica) ha però lasciato spazio a crescenti proposte di investitori privati per accumuli sui luoghi di produzione (oltretutto di più rapida installazione); con il conseguente corollario di aspettative di ulteriori sussidi proprio nel momento in cui i meri componenti e cioè pannelli e pale eoliche – queste ultime, dove c’è sufficiente vento–  hanno raggiunto quasi ovunque la grid parity, quando non la market parity. Come del resto sostanzialmente sancito dal decreto[3] sulle nuove agevolazioni alle fonti rinnovabili (cosiddetto Fer-1).

La banalizzazione della complessità. Cui prodest?

Perché il rischio è che si intraprenda un cammino nella sola direzione degli accumuli in periferia – cioè, nicchia per nicchia - con il risultato di perdere il quadro complessivo degli investimenti, fino a una congestione dall’insostenibile impatto del tutto simile a quella avviata dieci anni or sono per i pannelli fotovoltaici, inascoltatamente annunciata[4] fin dal 2011[5].

Il criterio prioritario dovrebbe invece essere la rivitalizzazione dei pompaggi esistenti in un’ottica di sistema, accompagnata da accumuli elettrochimici sui nodi critici della rete[6]. Ingenti investimenti sono invero previsti nei piani di sviluppo presentati da Terna e dal gruppo Enel. Ma ne rimangono incerti l’effettiva tempistica e l’impatto sugli oneri di rete che graveranno sui consumatori[7]. Quel che, in ogni caso, non è più ammissibile è che la fonte idroelettrica in tutte le sue declinazioni, che pure hanno costituito un vanto e un primato mondiale della tecnologia italiana sia in termini di componenti che di sistemi, venga trascurata dai policy maker nel quadro più generale di una sostanziale mancanza di attenzione alla manutenzione migliorativa dell’esistente e alla promozione di filiere produttive industriali nazionali, sia esistenti che future.

E qui siamo al punto. Perché il fatto grave é che in Italia continua colpevolmente a perpetuarsi con solo marginali eccezioni, autolesionistica e pervicacemente insensibile a segnalazioni[8] ormai pluridecennali[9], una totale disarticolazione tra politica, industria, ricerca. Lasciando spazi occulti in territori di manovra che invece in una democrazia dovrebbero essere presidiati con trasparenza ed equità. Senza che ne risponda mai nessuno. La surreale, inquietante, paradossale eppure drammatica vicenda Arcelor-Mittal di Taranto è lì a dimostrarlo. La insipienza metodologica e l’assenza di progettualità delle manutenzioni[10] che caratterizza la inconcludente messainscena sulle concessioni autostradali è lì a confermarlo. Come del resto l’indifferenza[11] nella quale si vanno inabissando gli investimenti nazionali nella filiera solare termodinamica, meritevole quanto meno per il suo robusto contenuto di occupazione.

La mancanza di una visione del futuro per la collettività lascia – forse purtroppo volutamente – spazio alle voracità a breve termine dei più inadatti e scoraggia l’impegno a lungo termine dei volenterosi. Proprio mentre ciascuna potenza industriale europea si concentra su obiettivi strategici subordinando le politiche per l’energia e il clima[12] ai propri interessi produttivi, sociali, occupazionali e tecnologici, l’Italia continua[13] a vagare gregaria non disponendo della bussola di una politica industriale e della ricerca. Banalizzando la complessità a beneficio di pochi. E in danno della collettività. Continuiamo a farci male da soli.

*Ordinario di Fisica Tecnica Ambientale, coordinatore sezione Ingegneria delle Fonti di Energia del Dottorato in Ingegneria dell’Impresa dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”




[1] A. SPENA, A. SERAFINI, G. ARMEZZANI, D. CARBINI, L’esigenza dell’energy storage in Italia: una rassegna tecnologica, 6° Congresso Nazionale AIGE, Ferrara, giugno 2012.

[2] G. SAPORITO, Gse, decisioni sulle quote impugnabili in 60 giorni, Il Sole24Ore, 5 settembre 2019.

[3] DM 4 luglio 2019.

[4] A. SPENA, Se il re è nudo nel campo dei miracoli, Editoriale, La Termotecnica, aprile 2011.

[5] A. SPENA, SoS fotovoltaico. Il governo metta prima un tetto alla spesa annua, poi ai MW, OrizzonteEnergia, 14 aprile 2011.

[6] A. SPENA, Join4storage, ItaliaCamp, Luiss, Roma, maggio 2013.

[7] ASTRID, Considerazioni a margine del Piano nazionale Energia e Clima, a cura di P. Ranci e A. Macchiati, Passigli Editore, Firenze, ottobre 2019.

[8] A. SPENA, Energia motore dello sviluppo: quale equilibrio? Atti Convegno Nazionale “Energia, disponibilità, qualità, prezzo. Una questione fondamentale per il sistema Italia”, Roma, febbraio 2001.

[9] A. SPENA, La progettualità per il Sulcis, sfida se l’Italia vuol fare sistema, IBL, settembre 2012.

[10] A. SPENA, Infrastrutture. Pubblico o privato? La vera priorità è una strategia di manutenzione del patrimonio, Quaderni di Legislazione Tecnica n. 4, 2018.

[11] J. GILIBERTO, Il solare termodinamico chiude. La guerra persa con burocrazie e comitati. Il Sole24Ore, 31 gennaio 2020.

[12] E. PICOZZA, A. POLICE, G.A. PRIMERANO, R. ROTA, A. SPENA, Le politiche di programmazione per la resilienza dei sistemi infrastrutturali, Giappichelli Editore, Torino, novembre 2019.

[13] A. SPENA, Italia. La visione industriale che non c’è, IBL, dicembre 2012.