Oggi:

2018-07-22 10:35

È in corso un’estinzione di massa?

SE NE DISCUTE NEI CORRIDOI DELLA BIODIVERSITA’

di: 
Francesco Mauro

La misura e valutazione dello stato della biodiversità si scontrano con problemi metodologici e con difficoltà di monitoraggio. Ad esempio, le difficoltà nel determinare il numero delle specie, parametro peraltro molto usato nelle discussioni sull’argomento. Sulla base sia della Convenzione internazionale che dei contributi scientifici, si sottolinea come la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse viventi debba considerare la biodiversità non solo a livello di specie ma anche a livello di ecosistema.

La Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) è la meno conosciuta, a livello di grande pubblico e di decisori, delle convenzioni globali firmate al Summit della Terra a Rio de Janeiro nel 1992 e ratificate negli anni successivi da quasi tutti i paesi con la notevole eccezione degli Stati Uniti. Il cittadino non esperto, che trae la propria informazione dai mezzi di comunicazione di massa, pensa in genere ad una drammatica scomparsa di molte specie, scomparsa che assommerebbe ad un fenomeno epocale di estinzione. Questo cittadino non può essere criticato, dato che illustri scienziati (ad esempio, Myers nel 1974, Lovejoy nel 1980, ed altri dopo di loro) hanno parlato di 40.000 specie perse all’anno, e che questa cifra è stata accettata da quello che forse è il “padre” della biodiversità, E.O. Wilson, e ripresa da molte associazioni ambientaliste, e soprattutto da quella che è la più conosciuta a carattere scientifico, l’IUCN (International Union for the Conservation of Nature). Questo dato quantitativo è stato fieramente contestato ed in pratica rimesso in discussione da alcuni esperti ed in particolare dal noto “ambientalista scettico” Lomborg, e da molte delle think tank statunitensi.

C’è da chiedersi, però, se il problema ed i numeri in questi termini siano stati posti correttamente. Per prima cosa, le conoscenze sono scarse: non disponiamo di un valore sul numero delle specie, numero che (comprendendo animali, piante e microorganismi) è valutato essere in una “forchetta” fra 2 e 100 milioni di specie, di cui quelle conosciute e classificate sono fra 1.350.000 e 1.750.000. Un recente studio (Mora et al., 2011), pubblicato su PLoS Biology, mediante un modello basato sull’assegnazione delle specie ai vari gruppi tassonomici ai diversi livelli, ha stimato il numero totale di specie in 8.700.000 (esclusi batteri e virus) e quindi in circa il 15% il numero di specie note. Solo i numeri di specie dei vertebrati (circa 47.000), e specialmente dei mammiferi (circa 4.500) sono conosciuti con buona approssimazione.

Per seconda cosa, certe considerazioni si basano su parametri diversi. L’IUCN mantiene ufficialmente la “lista rossa” delle specie minacciate (a rischio di estinzione secondo certi criteri) e di quelle estinte, ma queste osservazioni, benché interessanti ed utili, mancano del dato di raffronto sul numero totale di specie. Peraltro, il numero di estinzioni riportate nella pubblicazioni negli ultimi secoli sembra essere molto basso (dell’ordine di grandezza del migliaio), e non in accordo con la cifra di 40.000 specie/anno sopra citato.

Per terza cosa, nella storia geologica del pianeta, estinzioni di massa si sono già verificate, tra cui 6 considerate grandi estinzioni (con scomparsa di almeno il 15% delle specie), comprese quella famosa della scomparsa dei dinosauri (al tempo della transizione Cretaceo-Terziario, probabilmente causata dall’impatto di un meteorite caduto nello Yucatan), e quella ancora più massiccia verso la fine del Permiano (forse dovuta a una serie di fenomeni eruttivi cataclismatici) quando scomparve il 95% delle specie marine. Si tratta di fenomeni ben più ampi di quello che alcuni ritengono stia avvenendo oggi ma altri controbattono che quello odierno in corso per responsabilità dell’uomo potrebbe essere un fenomeno più veloce e quindi sempre più grave con il passare del tempo.

In realtà, il problema è mal posto per una ragione più sostanziale. Recita la Convenzione: “Gli obiettivi sono … la conservazione della diversità biologica, l’uso sostenibile delle sue componenti and la condivisione giusta ed equa dei benefici ottenuti grazie all’utilizzazione delle risorse genetiche (art. 1) … Per diversità biologica si intende la variabilità fra gli esseri viventi … ed i complessi ecologici di cui fanno parte; questo include la diversità (genetica) all’interno delle specie, la diversità fra le specie e degli ecosistemi (art. 2)”.

Così emerge uno dei fatti fondamentali, che nella Convenzione, ed ancor di più nelle scienze della vita, le specie sono solo un aspetto della biodiversità. Questo dei tre livelli di biodiversità è un concetto estremamente importante per valutare la situazione. Gli ecosistemi, la loro integrità in certi casi, la loro modificazione accurata da parte dell’uomo nel corso dei secoli in altri casi, sono essenziali per la specie umana - che ne fa parte - come per il pianeta. La diversità genetica è quella più importante da un punto di vista agricolo e industriale. E anche le specie non sono tutte uguali: le cornerstone species (specie pietre angolari), le keystone species (specie pietra di volta), le foundation species (specie di fondazione), possono mettere in crisi un ecosistema con la loro scomparsa; specie aliene invasive o predatrici possono turbare gli equilibri di un ecosistema, come pure l’eccessivo consumo da parte degli erbivori (overgrazing). Certe specie generaliste, politipiche e adattabili sono popolazione in espansione (come, tra l’altro, l’uomo e i roditori). La speciazione poi continua. Il punto chiave è quindi quello della conservazione e dell’uso sostenibile degli ecosistemi, anche se è naturale che il comune cittadino venga più colpito dal rischio di estinzione di specie di grandi dimensioni e esteticamente attraenti (foche, orsi, “bambi”, cetacei, uccelli, ecc.).

D’altronde, la Convenzione e il suo Organo tecnico (SBSTTA) si guardano bene dal fornire cifre eccessive sull’estinzione: si parla spesso di “perdita di biodiversità” e non di “estinzione delle specie” e, nel Global Biodiversity Assessment (1995), si afferma che il valore del tasso di estinzione è “molto incerto”. Alcuni studi si assestano su valori intorno al 0.7%, che è un valore biologicamente molto alto, ma affatto catastrofico e ben diverso da quelli talvolta sbandierati. Il Global Biodiversity Outlook 3 (2010) punta molto ai dati sui vertebrati, notando situazioni a rischio negli ecosistemi tropicali e di acqua dolce, negli anfibi e nei coralli, ma riconoscendo la crescita delle popolazioni animali nei terreni marginali lasciati dall’agricoltura e riforestati. Persino l’lUCN si è fatta promotrice, con la Convenzione, dell’approccio “ecosistemico” che mira ad una serie di regole empiriche per la gestione sostenibile e sociale appunto degli ecosistemi anche in termini utilitaristi e per il mantenimento dei servizi ambientali.

 Il problema non è di lana caprina. Una conoscenza più approfondita del complesso quadro completo della biodiversità è essenziale nell’individuazione puntuale delle priorità in tempi di crisi. La manutenzione di alcuni ecosistemi, o la conservazione dell’agrobiodiversità - spesso ridotta dalle scelte dell’agri-business ad una manciata di razze animali, vegetali e batteriche - in situ (con la partecipazione delle comunità locali) ed ex situ, potrebbero risultare più necessarie di costosi programmi di salvaguardia di singole specie, di un’espansione esagerata in alcuni paesi delle aree protette, di programmi di cooperazione a pioggia.