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2019-10-20 19:25

E che ce vo’…

COME RIAPRIRE SUBITO LE STAZIONI METRO A ROMA

di: 
Catello Masullo

Dalle pagine de “Il Parere dell’ingegnere” abbiamo tratto l’aneddoto istruttivo di un ingegnere esasperato dalle condizioni del trasporto pubblico a Roma. Molto meglio gli antichi sistemi della burocrazia capitolina...

Come è noto a tutti, e soprattutto ai romani ed ai turisti, da svariati mesi sono chiuse le tre fermate centrali della Metro A di Roma: Repubblica, Barberini e Spagna. Tre fermate consecutive, tra le più importanti della capitale. Una cosa che definire vergognosa è usare un eufemismo. Ed ancora più vergognoso il fatto che il Campidoglio non spieghi agli utenti quali ne siano i motivi e, soprattutto, quando si pensa di riattivare l’indispensabile servizio di queste stazioni. Da quello che si apprende dalle indiscrezioni giornalistiche, le cause delle chiusure sarebbero da attribuire al mancato funzionamento delle scale mobili. Il Corriere della Sera del 10 maggio, articolo di Erica Della Pasqua, riferisce che Atac avrebbe fatto presente al manutentore delle scale mobili, il 30 gennaio, la necessità di pezzi di ricambio. Il cui ordine sarebbe partito l’11 di febbraio. Ordine che non sarebbe andato a buon fine. Per cui Atac avrebbe richiesto i pezzi di ricambio direttamente ad Otis, la ditta costruttrice, ma solo il 20 marzo. I soli tempi di reazione mi sembrerebbero da carcerazione immediata...

Ora, non dico che Atac avrebbe dovuto essere così previdente come i gestori delle miniere sarde di Iglesias del secolo scorso, che quando arrivava una macchina nuova dalla Germania, la smontavano pezzo per pezzo fino alle viti e facevano un modello in legno di ogni pezzo, in modo che, quando ci fosse stata la necessità di sostituirne uno, con le proprie fonderie interne lo si fondeva in tempo reale e si riparava la macchina. Non dico questo. Ma ci sono comunque metodi antichi che consentono di rimettere in funzione macchinari per i quali qualche pezzo si rompe.

 Mi è venuto in mente un episodio dei primi anni ’80, oltre 35 anni fa. Allorquando progettavo impianti idroelettrici sul Nilo, in corrispondenza delle dighe costruite dagli inglesi ai primi del ‘900 in Egitto. Andai sulla diga di Nag-Hammadi a dirigere le indagini sulle murature delle vecchie dighe, per giudicarne lo stato di conservazione. La squadra di egiziani che era stata incaricata di effettuare i carotaggi, usava una vecchia perforatrice tedesca. Dopo qualche giorno di lavoro, la macchina smise di funzionare. La smontarono e trovarono un piccolo pezzo metallico rotto. Chiesero di avere il pezzo di ricambio dalla Germania. E mi dissero che sarebbe arrivato dopo 3 mesi. Non avendo nessuna intenzione di passare tre mesi a farmi mangiare dalle zanzare dell’alto Nilo, mi feci dare il pezzo rotto e un autista. Mi feci portare al centro della piccola cittadina di Nag-Hammadi e cominciai a chiedere dove potevo trovare un tornio. Lo trovai subito. Una volta erano molto diffusi. Ma ce ne sono ancora molti. Diedi il pezzo rotto al tornitore e gli chiesi di farne uno nuovo al tornio. Lo fece in meno di mezz’ora. Verificai con il calibro che fosse perfettamente uguale a quello originale. E, in mattinata stessa, tornai sulla diga. Diedi il pezzo ai meccanici, chiedendo loro di montarlo. La macchina ripartì subito. E finimmo le trivellazioni come da programma. Fui fatto oggetto di sguardi di ammirazione. Ma avevo solo fatto la cosa più logica e di buon senso da fare.

Ora, possibile che nessuno all’Atac, alla Otis, al Campidoglio, abbia pensato di rifare al tornio questi pezzi di ricambio che mancano alle scale mobili? Si può lasciare in scacco un’intera città e la sua economia per un pezzettino di ferro che manca? Ai posteri!