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2019-05-24 19:33

L’Invisibile Industria Blu

SERVIZIO IDRICO INTEGRATO

di: 
Stefano Venier

In vista della discussione in Parlamento della proposta di legge del Movimento 5 Stelle sull’acqua pubblica abbiamo chiesto a Stefano Venier, amministratore delegato del Gruppo Hera, di illustrare dimensioni, complessità e sviluppo tecnologico di un comparto che deve essere capace di incrementare i livelli di resilienza di reti e servizio e di rigenerazione dell’ambiente.

Quando apriamo il rubinetto di casa per riempire d’acqua il nostro bicchiere, c’è una voce a cui difficilmente prestiamo attenzione. È quella del filosofo greco Anassagora, secondo il quale “le cose che si vedono non sono che l’aspetto visibile di quelle che non si vedono”[1]. Se dessimo credito a queste parole, l’acqua che scorre davanti ai nostri occhi acquisterebbe uno statuto nuovo, permettendoci di cogliervi non soltanto ciò che in quel preciso momento può ovviare alla nostra sete ma anche un indizio di più ampia portata, capace di orientare la nostra attenzione verso tutto ciò che quella piccola scena domestica implica e presuppone. Non c’è nulla di scontato, infatti, nel fatto che quell’acqua possa essere bevuta e lasciata defluire. A monte del rubinetto, così come a valle di esso, un intero universo di persone, processi, impianti e reti dev’essere costantemente al lavoro, dando corpo a quello che costituisce il Servizio idrico integrato (Sii), una vera e propria filiera industriale, strategica e indispensabile per ogni Paese, per ogni società. Un discorso serio sull’acqua, oggi, non può quindi esimersi dal tentativo di ristabilire i diritti un po’ negletti di questo gigantesco backstage, che regge il palco e gli permette di funzionare. Parliamo, in effetti, di un vero e proprio “dietro le quinte”, di cui occorre anzitutto riconoscere l’esistenza, ma poi anche comprenderne dimensioni e complessità e, infine, apprezzarne un valore che è tanto misconosciuto dall’immaginario collettivo quanto, al contempo, condiviso - patrimonio cioè dell’intera comunità.

Per continuare a rimanere davvero tale, però, il Sii deve diventare sempre più circolare, deve cioè conformare la sua gestione a quel modello di sviluppo che non riguarda affatto la sola questione dei rifiuti e dalla cui pervasiva affermazione dipende il presente e il futuro del nostro Pianeta. Dalla captazione alla depurazione, passando per i servizi di potabilizzazione, distribuzione e fognatura, l’insieme delle attività necessarie alla gestione dell’acqua e i modelli del suo utilizzo devono dunque disegnare un circuito chiuso e virtuoso, che allunghi la vita utile di ogni singola goccia, le assicuri un utilizzo sempre più consapevole e restituisca all’ambiente una risorsa compatibile con l’ecosistema e le sue grandi riserve, funzionale alla rigenerazione stessa dei bacini acquiferi.

Sullo sfondo di tutto questo, campeggia la necessità di una nuova e profonda consapevolezza collettiva, scevra da ideologismi, che sappia capire la complessità della gestione del sistema idrico e la fragilità dell’equilibrio su cui esso poggia in termini di sostenibilità. Occorre dunque farsi carico di superare i gap presenti in molte parti dell’industria idrica di questo Paese, degli effetti dei cambiamenti climatici in corso e di un’acqua che alla luce di essi esige d’essere percepita come una risorsa sempre più preziosa, un bene comune da preservare.

 

1. Il settore idrico in Italia, un motore a due velocità

L’azione di qualche impresa “capace” e la sensibilità di alcuni, infatti, non sono sufficienti. Ci sono condizioni strutturali dalle quali non si può prescindere, e una buona parte di esse riguarda la necessità di un profondo consolidamento del settore, ancora troppo frammentato, sottodimensionato e poco patrimonializzato, come racconta ampiamente e in dettaglio il Blue Book 2017 (d’ora in poi BB17). In un contesto come quello italiano, che contempla circa 130 operatori integrati e oltre 2 mila gestioni dirette comunali, i player che per dimensioni, capacità finanziaria, competenze e professionalità sono in grado di esprimere veri e propri livelli di eccellenza caratterizzano la quota prevalente del nord Italia e una parte del centro. Nel Mezzogiorno, purtroppo, prevale ancora una molteplicità di gestioni in economia, che non hanno i mezzi per colmare il gap infrastrutturale e risolvere così il problema, ad esso connesso, delle procedure di infrazione aperte nei confronti dell’Italia dall’Unione Europea.

 

1.1 Le regole del gioco

Tutto questo chiama in causa i cosiddetti “architetti delle scelte”, cioè quei soggetti cui fa capo l’onere di normare adeguatamente un settore che ogni anno dà lavoro a poco meno di 40 mila persone[2], con una rete acquedottistica vicina ai 425 mila km, una rete fognaria di 248 mila km, volumi di acqua potabile distribuita pari a 7,8 miliardi di mc e infrastrutture dedicate che complessivamente consumano circa 6.500 GWh di energia elettrica (BB17: 105). Da un lato, è importante che la definizione degli ambiti di servizio non abbia una scala inferiore a quella provinciale (o della città metropolitana), anche se un bacino di livello regionale sarebbe ancora più auspicabile per assicurare alle imprese dimensioni minime adeguate alle sfide. Dall’altro lato, occorre dare seguito agli effetti positivi determinati dall’Authority in termini di controllo della qualità del servizio erogato, regolazione tariffaria e sostegno agli investimenti. È il grande tema delle regole del gioco, cioè di quelle regole che, per usare un’espressione del direttore di Ref Ricerche Donato Berardi, sono in grado di innescare una vera e propria “rivoluzione silenziosa”.

Significativo, in questo senso, quanto recentemente affermato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in un messaggio inviato al Family Business Festival ha rilevato come "in una fase di rallentamento della congiuntura con rischi particolari per il nostro sistema economico, le istituzioni dovrebbero assicurare un contesto di fiducia e stabilità favorevole agli investimenti", augurandosi "politiche di sostegno all'innovazione" e "relazioni costruttive nel quadro internazionale per garantire una crescita sostenibile".

 

1.2 Investimenti e innovazione: chi li può sostenere?

Parole, queste, che appaiono quanto mai attuali e provvidenziali. Esse toccano infatti i nervi scoperti del settore idrico: è proprio rilanciando gli investimenti e l’innovazione con regole certe e stabili, infatti, che diventa possibile affrontare e vincere le tante sfide che riguardano l’acqua, esercitando al contempo una funzione anticiclica e di sostegno occupazionale. Penso alle iniziative volte alla riduzione delle perdite idriche e agli interventi su fognatura e depurazione, che sono improrogabili per evitare le sanzioni comminate da Bruxelles, ma penso anche al necessario sviluppo tecnologico di un comparto chiamato a innovarsi per incrementare i livelli di resilienza di reti e servizio e di rigenerazione dell’ambiente.

Si tratta di scelte che tutte le imprese del settore sono chiamate a compiere e tuttavia, per i motivi strutturali di cui s’è detto, i soggetti capaci di andare fino in fondo sono veramente pochi. Per tanti operatori di medie e piccole dimensioni è molto difficile superare le difficoltà del caso, rese spesso insormontabili da un contesto di elevata e inutile incertezza, che letteralmente paralizza chi non dispone di adeguata autonomia nell’accesso ai capitali e di un patrimonio solido e provato di competenze.

 

2. Struttura e performance d’impresa

Per far luce sul tema e mostrare i nessi virtuosi che riescono a instaurarsi fra una struttura d’impresa adeguatamente sviluppata e le performance dell’impresa stessa, all’interno del grande backstage e delle evoluzioni del contesto in corso, si può utilizzare il percorso del Gruppo Hera[3], meglio noto a chi scrive. La questione, più in dettaglio, non si esaurisce in termini di sola capacità di investimento, che pure è essenziale come dimostrano i quasi 1,5 miliardi di euro di investimenti realizzati negli ultimi 10 anni[4] dal Gruppo, ma investe anche in maniera diretta il ricorso a competenze di alto profilo che – nel solco tracciato da una progettualità obbligatoriamente pluriennale – favoriscano lo sviluppo e la gestione di sistemi grandi e complessi, per farsi carico dei quali non esistono scorciatoie. Nell’industria idrica, in altri termini, l’approccio quick win non ha diritto di cittadinanza, perché le sfide da affrontare esigono una visione e una progettualità di lungo periodo e necessitano di operatori che abbiano la capacità e la possibilità di indirizzare il cambiamento, facendo sistema con i propri territori di riferimento e accreditandosi come abilitatori efficaci di un modello sostenibile, duraturo, armonico e inclusivo.

 

2.1 Gli esempi di Trieste e Rimini

Percorrendo la strada delle partnership fra pubblico e privato, ad esempio, è possibile dispiegare un combinato di forze e risorse irriducibile alla semplice somma delle parti, da cui possono fiorire progetti infrastrutturali di enorme rilevanza per i territori serviti e per la tutela delle loro risorse naturali.

Vale la pena di segnalare, a questo proposito, la realizzazione del nuovo depuratore di Servola a Trieste, un impianto che - grazie alla collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale (OGS) di Trieste - è addirittura capace di “dialogare con il mare”, regolando in modo intelligente e dinamico l'abbattimento dei nutrienti nei reflui, sulla base di un puntuale e continuativo monitoraggio dello stato del mare e dei bisogni di flora e fauna marina.

A questo si aggiunge il Piano per la salvaguardia della balneazione di Rimini, la più grande opera di risanamento fognario mai realizzata in Italia e in Europa che – grazie a un investimento di oltre 150 milioni di euro e alla collaborazione con le amministrazioni e istituzioni locali– consentirà di azzerare gli sversamenti a mare e i conseguenti divieti alla balneazione, con benefici importanti per l’ambiente e per l’economia di quella fascia costiera, caratterizzata da una spiccata vocazione turistica.

 

2.2 Dall’Enterprise Risk Management alle azioni da mettere in campo

Più in generale, in una prospettiva orientata al continuo miglioramento del servizio, l’impresa non può prescindere dalla capacità scientifica di analizzare adeguatamente un contesto in rapida evoluzione, studiando con cura gli effetti dei trend climatici e dello sviluppo dei sistemi urbani, ma anche imparando dalle migliori esperienze disponibili su scala mondiale. L’acquisizione costante di queste conoscenze, infatti, è indispensabile all’ideazione e all’incessante modulazione di strategie adeguate, che incrementino l’agilità dell’impresa e, orientandola secondo i più avanzati approcci di Enterprise Risk Management, la mettano nelle condizioni di pianificare con largo anticipo le proprie azioni di mitigazione e di reazione ai diversi scenari di rischio presi in esame.

I risultati, nello specifico, mostrano come un tale mix di capitali e competenze possa dare luogo a esiti incoraggianti su una pluralità di fronti, che vanno dalla garanzia di un’acqua potabile sicura, in prospettiva anche attraverso l’adozione dei Water Safety Plans raccomandati da Unione Europea e OMS, alla riduzione delle perdite idriche[5], alla realizzazione di interi sistemi fognario-depurativi, grazie ai quali il territorio emiliano-romagnolo è oggi fra i pochissimi, in Italia, a non subire procedure d’infrazione da parte dell’Unione Europea. Né, del resto, si può dimenticare il ricorso alle migliori tecnologie disponibili, che richiede di guardare anche e soprattutto all’estero, per adottare innovative soluzioni satellitari non solo nella ricerca delle perdite idriche, che hanno ulteriormente migliorato sistemi di detection già molto avanzati, ma anche nell’individuazione dei cedimenti delle strutture fognarie. La liquidità di competenze e tecnologie, del resto, mostra di poter incidere in profondità, con IoT, big data e analytics che si sono rivelati strategici per l’ottimizzazione dei consumi elettrici e per la gestione delle cosiddette smart water grids. Un portafoglio multiservizio, infine, può generare ulteriore valore, sia con trasferimenti di innovazioni ed eccellenze sia attraverso la condivisione dei costi di sviluppo delle piattaforme.

Si tratta, nel complesso, di una serie di esempi volti a tratteggiare un modello di gestione quanto più possibile mutuabile e replicabile, che deve una parte importante del suo successo alla cifra del suo radicamento territoriale, fatto di vicinanza e prossimità alle comunità servite.

 

3. Gli effetti futuri e dirompenti dei cambiamenti climatici

Una tale formula, che al perseguimento di un rapporto virtuoso fra
struttura e performance dell’impresa coniuga la ricerca di lungimiranti partnership fra pubblico e privato, non è ovviamente l’unica possibile. Tuttavia, essa è di sicuro la più adeguata per consentire al Sii di misurarsi con uno scenario ambientale drammaticamente compromesso dagli errori dell’uomo. Non paga degli effetti dei cambiamenti climatici, già visibili e in futuro sempre più dirompenti, la nostra Specie tarda infatti a invertire la rotta del proprio modello di sviluppo e si trova così, ogni giorno, al cospetto di una sfida sempre più grande, che richiede risposte all’altezza. Lo stesso global warming, che in passato sembrava riguardare remoti gruppi di orsi bianchi o il lontano lago Aral[6], bussa oggi alla porta delle nostre città e – come emerso anche dal Global Water Summit tenutosi a Londra poche settimane fa – minaccia in modo serio gli equilibri di aree del Pianeta che come quella del Mediterraneo non sono abituate, biologicamente e culturalmente, a pensarsi sull’orlo di un cambiamento irreversibile.

Il 2017, caratterizzato dall’estate più siccitosa degli ultimi due secoli, è stato in questo senso emblematico, un inequivocabile campanello d’allarme, con precipitazioni che in Italia, e segnatamente al Nord, hanno evidenziato una diminuzione del 30% rispetto alla media registrata fra il 1971 e il 2000[7]. A farne le spese sono stati anche i quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere), le cui portate annue si sono ridotte di circa il 40% rispetto ai valori riferibili al periodo 1981-2000. Significativo, di riflesso, anche il dato relativo alle temperature, di 1.3°C al di sopra della media del periodo 1971-2000, con incrementi anche maggiori in Emilia-Romagna[8], a sigillo di un’annata passata alla Storia come la quarta più calda dal 1800 a oggi. Spie evidenti di come il problema si propaghi anche alle infrastrutture sono senza dubbio le rotture alle condotte idriche, dovute a terreni resi sempre più rigidi dalla prolungata siccità: aumentate su base annua del 15%, infatti, tali rotture hanno registrato anche punte superiori al 25[9]. Un quadro, dunque, coerente con quelle previsioni che sempre di più accreditano il Mediterraneo al centro della nuova zona nord-shariana.

 

3.1 Pensare la fine, per evitarla

Come ha spiegato molto bene Frank Kermode[10], l’uomo ha sempre prodotto immagini della fine, rinnovandosi incessantemente nella convinzione “che la propria vita abbia, col futuro, un rapporto di eccezionalità” (Kermode 1966; trad. it. 112). Lo ha fatto per dare senso al mondo e alla propria esistenza, parametrando l’uno e l’altra in funzione di una soglia ultima (per esempio l’Apocalisse) che ne ancorasse la vicenda a un banco di prova, a un giudizio finale. Per farlo, però, ha spesso dovuto figurare e inventarsi una fine di cui la realtà, in quanto tale, non recava traccia. Oggi, all’opposto, siamo nel mezzo di una situazione tale per cui il mondo – inteso come bacino di risorse naturali – sta finendo prima che le immagini prodotte dall’uomo abbiano modo di esprimere il concetto stesso di questo esaurimento. Tutte le rappresentazioni di questa crisi, cioè, arrancano in perenne ritardo rispetto al loro proprio oggetto, superate come sono dagli effetti a catena con cui si susseguono gli eventi. Basti pensare agli obiettivi traguardati nel 2015 dalla Conferenza sul clima tenutasi a Parigi, che dopo pochissimi anni segnano già il passo. A maggior ragione, le stime effettuate nel 2012 dal Water Resources Group – secondo le quali in assenza di adeguate misure relative a scarsità, accessibilità, qualità e valore dell’acqua, il 40% dei fabbisogni idrici del Pianeta è destinato a non essere soddisfatto entro il 2030 – rischiano di essere addirittura ottimistiche. Operazioni artistiche come quella di Isaac Cordal, autore di un’installazione che ritrae un ipotetico ceto dirigente intento a discettare degli stravolgimenti climatici, cominciano così a perdere i connotati dell’iperbole.

Isaac Cordal, “Politici che discutono del surriscaldamento globale”, Berlino 2011

 

4. Le risposte: resilienza del sistema, rigenerazione dell’ambiente, circolarità dell’economia

Con un’estate non meno critica alle porte, e molti bacini idrici che in Italia – a seguito di un inverno particolarmente secco – sono in sofferenza[11], il treno del cambiamento non può dunque subire ulteriori rinvii. Proprio per questo bisogna attivare una azione collettiva, maturando una visione del problema e soprattutto delle soluzioni originali da mettere in campo, che a nostro avviso devono consolidare:

1) la resilienza del sistema idrico, cioè la sua capacità di adattarsi in maniera elastica alle mutevoli condizioni del contesto ambientale, e

2) il suo potenziale rigenerativo, in modo tale da farne un elemento che giochi a favore (e non a detrimento) del ciclo biologico cui attinge.

Il frame nel quale tutto questo si traduce è quello della transizione verso modelli sempre più avanzati di economia circolare, nei quali la gestione della risorsa idrica si inserisce - come già anticipato – a pieno titolo, candidandosi a diventare uno dei terreni di elezione per la costruzione di quel “valore condiviso” che rappresenta la stella polare del nostro modo di fare business. Entrata a far parte del CE100, network internazionale della Fondazione Ellen MacArthur, Hera agisce così – anche per quanto riguarda l’acqua – per fare in modo che il cosiddetto ciclo tecnico segua le stesse logiche di quello biologico, nella ferma convinzione che ciò che restituiamo all’ambiente è comunque destinato a tornarci indietro, in una sorta di ciclo perpetuo. Come esemplificato dallo schema che segue, insomma, è fondamentale incrementare quanto più possibile la risorsa ottenuta dalle acque reflue. 

 

4.1 Per una water-footprint con cui valutare gestione e consumo di acqua

Imitare il ciclo biologico, dunque, non significa affatto astenersi da qualunque intervento ma comporta, anzi, la messa in campo di un ampio ventaglio di iniziative, che garantiscano in modo continuativo la disponibilità di un’acqua di qualità. Occorre, soprattutto, un sistema capace di coniugare in maniera intelligente le diverse esigenze della domanda, per evitare che in futuro si configurino situazioni di conflitto tra l’impiego civile, quello industriale e quello agricolo. Bisogna allora cominciare da subito, attrezzandosi per misurare in maniera sempre più puntuale la circolarità raggiunta dal modello di gestione e da quello di consumo, e proprio per questo accanto alla nota carbon-footprint abbiamo deciso di introdurre un nuovo indicatore, la water-footprint, sulla base del quale individuare i margini di efficientamento, via via più sfidanti, e misurarne il conseguimento, tenendo fede alla nota legge introdotta da Peter F. Drucker del “che cosa si misura, migliora”.

 

4.2 Il ruolo di imprese e cittadini nel determinare la qualità della domanda idrica

Non tutto, però, ricade sulle spalle degli operatori, e ciascuno è chiamato a fare la sua parte, anche nel quadro di una continua ricerca di opportuni partenariati, che infatti sono indicati anche tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Ben vengano, dunque, gli impegni assunti dalle maggiori imprese mondiali, che in occasione dell’ultimo Global Water Summit hanno presentato obiettivi di riduzione dei consumi di acqua che vanno dal 40 all’80%. La pratica delle 5R (Riduci, Riusa, Ricicla, Recupera e Ripristina), da tempo in uso in luoghi come Singapore e California, ha quindi la possibilità di attecchire su larga scala, contribuendo al miglioramento di comparti idrovori come quello agricolo, che in Italia rappresenta la prima voce di consumo. Qualcosa di simile, ad esempio, sta prendendo piede anche nel territorio emiliano, dove le acque in uscita dal Depuratore di Bologna del Gruppo Hera alimenteranno due canali della zona, a tutela – soprattutto in estate - della loro portata e della loro capacità irrigua.

Il concorso attivo dei cittadini, a sua volta, non è meno importante, anzi non è mai stato così importante. Adeguatamente informate e coinvolte, infatti, le persone possono essere protagoniste del cambiamento, con comportamenti che imprimano alla domanda un ulteriore salto di qualità, che semplifichi la gestione del servizio e contribuisca a garantirne resilienza e sostenibilità.

 

4.3 Diamo all’acqua un valore che tuteli la disponibilità per le prossime generazioni

La sensibilizzazione, anche e soprattutto delle nuove generazioni, gioca un ruolo fondamentale. A quanto pare, tuttavia, ancora non basta perché – mentre Paesi meno esposti del nostro stanno traguardando obiettivi di consumo domestico vicini alla soglia degli 80 litri per abitante al giorno – in Italia non si scende sotto i 120 litri. Per abbattere questi numeri, una delle sfide più importanti consiste nel trovare un punto di equilibrio fra il diritto all’acqua potabile a un costo economicamente accessibile e il riconoscimento del valore del Sii, che non deve essere sminuito poiché è proprio il Sii a garantire che l’acqua arrivi a tutti e che sia potabile. Nel nostro Paese, del resto, le tariffe per il servizio sono estremamente basse rispetto alla media europea, e quindi – ferme restando le garanzie a tutela delle fasce di popolazione più in difficoltà – esiste ancora un ampio margine per incentivare, attraverso la tariffa e dunque in modo indotto, un uso intelligente, parsimonioso e responsabile di questa preziosa risorsa. Tutto questo, in fondo, rende evidente come il “bene comune” sia non già un punto di partenza, dato a priori, bensì un punto di arrivo, un obiettivo, qualcosa cioè da raggiungere e mantenere nel tempo. Nel caso del Sii, dunque, esso si identificherà non tanto con l’acqua in quanto tale bensì con la sua disponibilità attuale e futura, impensabile senza una gestione capace di ingenti investimenti e forte innovazione. Un’opportuna politica della tariffa, in questo senso, non soltanto non lede alcun diritto ma contribuisce addirittura a garantirli e a riconoscere all’acqua il giusto valore, nell’interesse congiunto di chi se ne serve oggi e di chi, auspicabilmente, se ne servirà domani[12].

 

5. Verso un Piano Nazionale Integrato per l’Acqua e il Clima

I prossimi 10 anni, in conclusione, sono quelli in cui tutti i soggetti in campo dovranno gettare il cuore oltre l’ostacolo, bruciando le tappe di un percorso che può essere compiuto solo in squadra. L’impegno di aziende e cittadini, in altre parole, deve trovare nelle istituzioni un alleato vincente, che superi logiche di mero calcolo elettorale e configuri i propri indirizzi entro un orizzonte temporale di lungo periodo. Garantendo livelli credibili di stabilità e certezza, in particolare, gli “architetti delle scelte” sono chiamati a favorire la crescita di una industria fatta di attori qualificati e capaci, in grado come tali di governare e far evolvere efficacemente questa grande trama invisibile di progetti, processi, reti e impianti, nel territorio per il territorio. Dopo il PNIEC[13], insomma, crediamo che siano mature le condizioni per elaborare, in modo partecipato, un vero e proprio PNIAC, cioè un Piano Nazionale Integrato per l’Acqua e il Clima, che dia il proprio contributo nel definire indirizzi e condizioni favorevoli a capitali e investimenti necessari per obiettivi che riguardano non più questa o quell’impresa bensì l’impresa comune a tutti noi: la tutela, cioè, del nostro Bel Paese.

NOTE


[1] Anassagora di Clazomene (500 a.C. – 428 a.C.), Sulla Natura

[2] https://www.istat.it/it/files/2017/03/Focus_acque.pdf

[3] Il Gruppo Hera, nato nel 2002 dall’iniziale aggregazione di 11 aziende municipalizzate e quotato in borsa dal 2003, è una multiutility che opera ormai in 349 comuni distribuiti fra Emilia-Romagna, Triveneto, Marche e Toscana, e fornisce servizi energetici, idrici e ambientali a oltre 4 milioni di cittadini. Secondo operatore italiano per volumi di acqua distribuita con circa 300 milioni di metri cubi all’anno, Hera copre tutti i comparti delle attività relative al Sii, servendo 3,6 milioni di cittadini e 231 comuni attraverso oltre 420 impianti di produzione e potabilizzazione, 35 mila chilometri di acquedotto, 18.600 chilometri di rete fognaria e circa 470 impianti di depurazione, che ogni anno trattano quasi 250 milioni di metri cubi d’acqua. Con oltre un milione di analisi all’anno, il Gruppo garantisce un’acqua potabile sicura ed economica all’intero territorio servito, e copre il 92% del fabbisogno totale del servizio di depurazione civile e industriale, un valore che sale al 99% se consideriamo gli agglomerati con più di 2 mila abitanti, il tutto a fronte di una media nazionale ferma all’88%.

[4] Pari a circa 40 euro/abitante, superiore alla media nazionale e di gran lunga superiore a quanto investito dalle gestioni dirette comunali prevalenti al sud, che si attestano ad appena 5 euro/abitante (fonte Utilitalia)

[5] Nel territorio del Gruppo scese al di sotto dei 10 mc/km/giorno, mentre la media italiana è pari a quasi il triplo (26,6 mc/km/giorno).

[6] Situato al confine tra Uzbekistan e Kazakistan, nell’arco di soli 25 anni il Lago Aral si è ridotto del 90%, sia per l’evaporazione delle acque sia per il loro impiego nell’irrigazione delle circostanti aree desertiche.

[7] https://www.cnr.it/it/nota-stampa/n-7807/isac-cnr-2017-anno-piu-secco-degli-ultimi-due-secoli - ISAC CNR dicembre 2017

[8] https://webbook.arpae.it/clima/

[9] Cfr. Bilancio di Sostenibilità del Gruppo Hera, anni 2015-2016-2017

[10] Frank Kermode, The sense of an ending, Oxford University Press 1966; trad. it. Il senso della fine, Sansoni 2004. Intorno al tema della fine e a una sua tematizzazione più propriamente ecologica, cfr. anche Deborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, Figure Nottetempo 2017; Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo, Figure Nottetempo 2018.

[11] Le successive bombe d’acqua, registratesi in diverse aree del Paese nel mese di Aprile, non hanno risolto il problema, perché il loro volume supera la capacità assorbente del terreno e la loro intensità è semmai all’origine di frane e smottamenti (cfr. Avvenire del 26 aprile 2019, p. 10)

[12] Cfr. anche Jean Tirole, Économie du bien commun, Presses Universitaires de France, 2016; trad. it. Economia del bene comune, Mondadori 2017

[13] Piano Nazionale Integrato per l’Energia ed il Clima