Oggi:

2019-04-26 00:34

Una Blockchain per Tracciare gli Impatti Ambientali

COMPETITIVITÀ ECONOMICA E AMBIENTALE

di: 
Agime Gerbeti e Fabio Catino

Gli autori cercano di tradurre in soluzioni eque e concrete la preoccupazione per il riscaldamento globale. E rilanciano la proposta IMEA (Imposta sulle emissioni aggiunte) da attuare prendendo a prestito il processo tecnologico della blockchain.

Greta Thunberg ha avuto coraggio e determinazione per riportare al centro del dibattito mondiale il tema dei cambiamenti climatici attraverso la mobilitazione di milioni di studenti in tutto il mondo.

D’altro canto occorre ricordare che il suo coraggio purtroppo non basta contro le emissioni industriali, il trasporto su gomma, l’incremento demografico mondiale che porta inevitabilmente allo sfruttamento del suolo e all’aumento degli allevamenti. Perché è bene ricordare che il settore dell’allevamento produce oltre il 10% dei gas a effetto serra e, non si illudessero i vegani, anche la coltivazione del suolo agricolo conduce alla deforestazione e produce quantità enormi di emissioni.

Insomma prendiamo a prestito la volontà di Greta e cerchiamo quelle soluzioni che devono essere calate nel mondo dei grandi, dei potenti, degli inquinatori ma anche dei poveri e degli affamati che hanno diritto all’energia per potersi nutrire e sperare in un futuro migliore anche nel loro Paese.

Il primo passo è, inevitabilmente, quello di sapere chi inquina e come. Facile rispondere la Cina, gli USA, l’India etc. perché sono Paesi produttori, ma la domanda reale è: “per chi producono?”. Certamente per loro stessi ma anche, e in massima parte, per gli europei. Quindi un europeo che compra una camicia cinese o delle scarpe statunitensi su Amazon o su eBay è responsabile delle emissioni climalteranti cinesi e statunitensi che fabbricano quel prodotto con energia fossile? E il produttore europeo che produce in Paesi nei quali non ci sono limiti ambientali per poi rivendere sul mercato europeo è ugualmente responsabile? Se la risposta è affermativa alcuni deducono che dovremmo consumare esclusivamente beni prodotti sul territorio europeo o in territori soggetti a limiti ambientali analoghi a quelli posti in EU.

Con questo approccio, che non risolve comunque il problema, passiamo da Greta a Donald! Non si risolve così la crisi climatica perché non saranno i muri, anche economici, che salveranno il pianeta. Le emissioni non conoscono frontiere doganali.

Il punto è diverso e consiste nel chiedersi perché se un prodotto viene fabbricato con energie rinnovabili, se comporta l’impegno di risorse per prevederne uno smaltimento a rifiuti zero, se implica eventualmente un investimento in agricoltura di precisione con un ottimale utilizzo dell’acqua, con un recupero dei biogas emessi dagli scarti vegetali come dalla digestione animale debba essere consegnato a una competizione iniqua sul mercato con beni fabbricati da produttori che traggono un vantaggio in termini di minor costo produttivo in quanto non sostengono i costi associati a un comportamento ambientalmente sostenibile.

Il produttore virtuoso – o calato in un contesto ordinamentale sostenibile – deve poter vedere i propri sforzi valorizzati sul prezzo finale del bene, invece di perdere quote di mercato perché i consumatori, a parità di qualità sceglieranno i beni meno costosi (tanto l’impegno ambientale del produttore non si vede nel prezzo).

Molti sostengono che l’intento di valorizzare comportamenti sostenibili delle aziende cinesi, indiane etc. sia improponibile poiché è impossibile tenere traccia delle emissioni associate ai vari materiali e componenti di cui sono composti beni complessi come automobili, cellulari etc.

In realtà la tracciabilità di transazioni complesse e la certificazione trasparente di “big data” oggi costituiscono un dominio risolvibile con una tecnologia riconosciuta, la blockchain.

La blockchain, letteralmente la catena dei blocchi, è un database di blocchi ognuno contenente più transazioni dove ciascun nodo è un archivio di tutta la catena e della relativa marca temporale – ossia “quella transazione in quel momento” – e di tutti i blocchi con lo storico di tutte le transazioni. Ogni transazione è sostanzialmente immutabile.

Di fatto la blockchain più che una tecnologia è un processo tecnologico che assicura trasparenza attraverso specifiche caratteristiche, certificazione – ampia a piacere –, sicurezza, certezza temporale e immutabilità ed è nata per garantire tipicamente transazioni economiche, al punto tale che sul suo impianto si sono strutturate le cryptomonete come il bitcoin.

Se si considerano le emissioni prodotte, ad esempio, per l’estrazione dei materiali e la produzione di una tonnellata di acciaio come “contenute” nel materiale, tracciare i vari passaggi che conducono alla fabbricazione di una lamiera di automobili ha la stessa complessità di seguire una qualunque transazione economica; in altri termini, la blockchain può tracciare e certificare l’intera filiera delle transazioni emissive associate alla fabbricazione di quella specifica automobile.

Pertanto, con la piena consapevolezza che un determinato bene contiene più o meno CO2 oppure è portatore di un comportamento più o meno sostenibile dell’azienda che lo ha prodotto, sarà possibile valorizzarlo sul mercato con uno sgravio o un aggravio sull’IVA.

A quel punto, e indipendentemente dall’origine e dalle tasse alla frontiera, i prodotti potranno competere sul mercato alla pari perché nel prezzo finale sarà espressa la sostenibilità ambientale.

Così anche Greta potrà constatare, semplicemente girando per gli scaffali di un supermercato, la competitività ambientale non soltanto della Svezia, ma di tutta l’Europa, i primi interlocutori dell’ambiente dovendo essere necessariamente i consumatori affinché le aziende si adeguino.