Oggi:

2019-04-25 23:53

Dove si Arriva se Chi Governa non Decide.

RIFIUTI: IL DISASTRO DI ROMA

di: 
Giovanni Hermanin*

L’autore, che ha avuto responsabilità di governo e operative negli scorsi decenni, racconta la sua versione su quando, come e perchè la città di Roma e la Regione Lazio hanno rinunciato a governare la gestione dei rifiuti.

Poche cose dimostrano in maniera altrettanto lampante dove possono condurre l’incapacità di governo e l’assenza della politica come la situazione di abbandono che ormai da anni vive Roma. Il degrado riguarda infatti i fondamentali di una comunità urbana: i trasporti, le condizioni delle “pubbliche vie”, la gestione del verde pubblico ed il decoro e l’igiene pubblica con particolare riguardo ai rifiuti ed alla loro gestione.

Ridurre la capitale del paese in una condizione di discarica diffusa (in cui i rifiuti periodicamente si ammucchiano per strada e, per giorni, non vengono raccolti perché non c’è dove portarli) sembra decisamente incredibile se soltanto si pensi che all’inizio degli anni 2000 tutto era stato predisposto per il superamento di Malagrotta e per un sistema di smaltimento in linea con le direttive comunitarie e le tecnologie industriali adottate in tutta Europa.

Il recente incendio all’impianto TMB (Trattamento Meccanico Biologico) della Salaria è in tal senso una metafora del disastro prodotto da un quindicennio di assenza di indirizzi di governo operativi e di qualsiasi politica seria del settore che non fosse la rituale ed inutile chiacchiera su un meraviglioso futuro a rifiuti zero in cui per lo più si è esercitata la rappresentanza politica della città.

Facciamo un po’ di storia per capire come si sia arrivati a questo punto. I due grandi impianti di TMB della Salaria e di Roccacencia, entrati a regime con grande ritardo nel 2008, furono realizzati intorno al 2000, per iniziativa della Regione Lazio, con il Piano per l’ambiente 1997 - 2000 (messo a punto d’intesa col Ministero dell’Ambiente) che finanziò anche il resto dell’attuale struttura industriale dell’Ama (o quel che ne rimane): due grandi impianti di separazione del multimateriale (Roccacencia e Laurentina), l’impianto di compost verde di Maccarese ed il forno con recupero energetico dei rifiuti ospedalieri di Ponte Malnome.

Prima di questi impianti, va ricordato, l’Ama (la municipalizzata romana dei rifiuti) non era una azienda industriale, limitandosi allo spazzamento della città ed al trasporto dei rifiuti nella discarica di Malagrotta.

Contestualmente, la Regione impose con ordinanza a tutti i gestori delle discariche attive a Roma e nelle province, la realizzazione di TMB in testa agli impianti (inclusi quelli Colari a Malagrotta) e finanziò ed avviò la raccolta differenziata. Sempre in quegli anni, nel Lazio, vennero chiuse un centinaio di discariche comunali del tutto fuori norma (e in cui finiva di tutto) ed autorizzati e realizzati i termocombustori di Colleferro e di S.Vittore (Cassino).

Si trattò di una imponente opera di infrastrutturazione industriale (che aveva come fine la chiusura di Malagrotta e la sua sostituzione con un moderno sistema di trattamento e smaltimento) a cui mancava soltanto la localizzazione del termocombustore pubblico di Roma, ritardato per anni in Consiglio comunale per l’opposizione strumentale ed ideologica della sinistra “estrema” e poi bloccato definitivamente da una “incredibile” inchiesta della magistratura (gennaio 2008 - dicembre 2018)   conclusasi di recente con l’assoluzione di tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste” (nel 2008 la costruzione dell’impianto era iniziata ad opera di un consorzio a maggioranza pubblica: 33% Ama, 33% Acea, 33% Colari).

Il tutto fu realizzato, vale la pena di ricordarlo, senza nessun bisogno di commissari o poteri speciali. Bastò una chiara volontà politica ed una assunzione di responsabilità da parte dei decisori politici. Da allora però (siamo arrivati alla Giunte Alemanno, Marino e Raggi a Roma e a quelle Polverini e Zingaretti in Regione) ebbe la meglio il partito degli irresponsabili e degli specialisti nel rincorrere i particolarismi ed i discorsi da bar. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti.

E infatti nessuno si è preso la responsabilità (che è l’onere fondamentale della funzione di governo) di trovare un sito per la nuova discarica di servizio e senza di essa e senza i termocombustori pianificati tanto a livello regionale che a livello nazionale, a diventare discarica, ormai da anni, è tutta la città.

Ma c’è di più e di peggio, perché mentre non si è fatto nulla per chiudere il ciclo, negli ultimi cinque anni si è proceduto ad un progressivo smantellamento dell’apparato industriale dell’AMA realizzato negli anni precedenti: il forno per gli ospedalieri è in manutenzione e non è previsto un suo riutilizzo; i due TMB dopo anni di un uso improprio che li ridotti a discarica transitoria sono usurati al punto che quello della Salaria alla fine è andato a fuoco (quelli Colari, dello stesso periodo sono ancora in perfetta efficienza); infine il termocombustore pubblico di Colleferro ( di proprietà dell’AMA e di una società regionale) in piena emergenza rifiuti a Roma, è stato chiuso dalla Giunta Zingaretti nel 2018 per motivi di bassa cucina elettorale.

Intanto i rifiuti, a carissimo prezzo, vengono spediti fuori regione.

In un recente e partecipato incontro sulla emergenza rifiuti a Roma, organizzato dal benemerito comitato Tutti per Roma. Roma per tutti, del resto, il Comune e l’Ama erano assenti perché l’assessore si era dimesso ed i vertici Ama erano stati rimossi, mentre la Regione Lazio si è presentata con un programma talmente astratto ed indefinito da far rumoreggiare la sala.

La strada per cominciare ad affrontare la situazione è ancora lunga ma a quanto pare nessuno è in grado di capire da che parte andare.

 

* è stato presidente di Legambiente Lazio, assessore all’ambiente della Regione Lazio (1995 - 2000) e presidente dell’Ama (2006 - 2008).