Oggi:

2018-02-18 22:50

Certificati Bianchi a Rischio di Collasso

EFFICIENZA ENERGETICA

di: 
Dario Di Santo*

Lo schema dei Titoli di Efficienza Energetica, TEE, sta attraversando una fase critica, che rischia di portarlo al collasso, nonostante le aspettative di potenziamento e semplificazione contenute nella Strategia Energetica Nazionale, SEN, appena varata. Non si tratta tanto e solo di un problema di prezzo dei certificati bianchi, al centro dell’attenzione mediatica nell’ultimo anno, quanto del venire meno delle condizioni che ne consentono un funzionamento ottimale.

Il meccanismo dei TEE è nato come meccanismo di mercato, in grado di promuovere la crescita del mercato dell’efficienza energetica (diffusione know-how fra i tecnici e sensibilizzazione dei decisori aziendali alle opportunità legate all’efficienza energetica, capitalizzazione e qualificazione degli operatori, raccolta di dati e informazioni sulle trasformazioni di mercato da parte di GSE, ENEA e RSE, etc.) e la realizzazione degli interventi più interessanti da parte delle imprese. Il meccanismo ha inoltre consentito la contabilizzazione dei risparmi energetici addizionali a costi contenuti, grazie alla capacità di selezionare in maniera tecnologicamente neutrale i progetti con migliore costo-efficacia.

Nel tempo la scelta di applicare in modo esteso l’addizionalità economica, con criteri peraltro mai chiariti, ne ha cambiato lo scopo, assimilandolo a uno schema di incentivazione puro, ruolo che purtroppo non può svolgere in modo efficiente, essendo il prezzo dei titoli soggetto a variazioni anche consistenti. Tale scelta non poteva che portare a un aumento dei prezzi dello schema, a prescindere dall’eliminazione del coefficiente tau e dalle altre modifiche, per coprire la necessità di rendere accettabili interventi a più alta intensità di capitale e il rischio legato alla presenza del mercato.

La definizione restrittiva di addizionalità – in relazione sia alle richieste della direttiva 2012/27/UE (EED), sia alle scelte operate dagli altri Stati membri dell’UE – ha inoltre acuito tale problematica, riducendo notevolmente i risparmi addizionali generabili, e dunque la capacità dell’offerta di certificati di soddisfare la domanda, gravata da un residuo di obbligo non soddisfatto negli ultimi anni che vale circa i due terzi dell’obbligo 2017.

La mancata emanazione delle nuove schede standard ha infine escluso, ad oggi, tale modalità di valutazione, cui è stata collegata circa la metà dei risparmi contabilizzati negli ultimi due anni, con effetti negativi in particolare sugli interventi di dimensione medio piccola. Un aspetto centrale, in quanto molti progetti di efficientamento energetico sono di piccola taglia e mal si sposano con regole complesse, specie dopo la decisione di prevedere l’aggregazione a livello di progetto con un unico titolare (ossia per interventi realizzati su un unico cliente nella maggior parte dei casi, salvo l’ipotesi di ESCO che finanzino in proprio interventi diffusi). Tra l’altro solo alcuni dei suddetti interventi trovano spazio in meccanismi alternativi, come il conto termico o le detrazioni fiscali. Ha senso rinunciare a supportare ciò che è piccolo in un Paese il cui tessuto produttivo è fondato su tale scala?

Purtroppo le regole e le prassi adottate negli ultimi anni, volte fondamentalmente a evitare la sovraremunerazione degli interventi e a contrastare le possibili truffe (intenti ovviamente condivisibili), non sono state collegate a un disegno organico che tenesse conto delle peculiarità dello schema, che pur era dotato di meccanismi in grado di contrastare tali fenomeni senza generare le ripercussioni negative che si sono avute. Il risultato è stato quello di generare un aumento abnorme dei prezzi di mercato (passati in un anno e mezzo da circa 106 a circa 350 euro per certificato), in ragione della contrazione prevedibile dell’offerta e delle incertezze legate a un crescente utilizzo di strumenti quali il preavviso di rigetto, l’autotutela e – negli ultimi tempi – l’annullamento di ufficio delle pratiche in essere. Aumento di prezzi che ha attirato l’attenzione di vere e proprie organizzazioni criminali e di cui hanno beneficiato in pratica solo progetti già presentati, che dunque non ne avevano necessità. Al danno legato al costo crescente e alla riduzione dei risparmi conteggiati, si è dunque sommato quello dell’incremento dell’entità delle truffe che si volevano contrastare e la creazione di un contenzioso abnorme.

Ciononostante è possibile invertire la rotta e ricreare le condizioni di efficacia dello strumento, mediante un’energica revisione del meccanismo e senza avere paura di fare un passo indietro su alcuni aspetti. Lo schema rimane infatti il più adatto a rispondere in modo economicamente efficiente agli obiettivi comunitari di cui all’art. 7 della EED. Detta esigenza è inoltre legittimata dalla stessa SEN 2017, che prevede l’aggiornamento e il potenziamento del meccanismo dei TEE, volto a semplificare ulteriormente l'accesso al meccanismo e ottimizzare le metodologie di quantificazione e riconoscimento del risparmio energetico. Senza contare che l’efficienza energetica continua a rappresentare una priorità per la nuova SEN. In questo senso, è necessario e indispensabile che le regole del meccanismo evolvano per accompagnare la maturazione del settore.

La presenza di un mercato è un elemento fondante e caratterizzante dello schema, che lo ha reso una best practice a livello europeo e un’esperienza da preservare per il perseguimento delle politiche nazionali. Oltre a esentare lo schema dal problema degli aiuti di stato, tema importante per un meccanismo rivolto principalmente all’industria, consente allo schema stesso di adattarsi all’andamento di domanda e offerta, riducendo i costi in caso di eccesso di offerta (come avvenuto in passato) o producendo un maggiore interesse a presentare progetti nel caso opposto (purché si evitino gli eccessi della situazione attuale). Il mercato di per sé non è un problema, ma evidenzia che la situazione al contorno è critica. Per rimanere nel perimetro di un costo efficacia ragionevole è richiesto che l’offerta non sia inutilmente penalizzata dalle regole e che gli obiettivi fissati non risultino irraggiungibili.

Gli elementi fondamentali su cui concentrare l’attenzione sono, a mio avviso, tre: l’addizionalità (a rigore richiesta per la comunicazione dei risparmi da parte del MiSE alla UE, ma non a livello di schema di incentivazione), la valutazione dei risparmi (modalità di calcolo dei risparmi e baseline dei consumi), e l’approccio alla verifica e al contrasto delle truffe.

L’addizionalità nella EED è definita come la parte dei risparmi attribuibili ad interventi in grado di andare oltre lo scenario business as usual. Non vi è dunque riferimento né all’addizionalità economica, né alla sola offerta media di mercato. È infatti presente il fattore di accelerazione all’adozione degli investimenti, che consente di tenere conto anche di risparmi inferiori alla baseline di riferimento da media di mercato attuale. La definizione adottata nel nostro Paese nelle ultime linee guida, e le scelte sull’addizionalità economica prese negli ultimi tre anni, hanno invece portato a valutazioni complesse e costose e a una quota di risparmi riconoscibili minima, con la conseguenza di ridurre il potenziale dell’offerta, aumentare i costi dello schema, ridurre la risparmi energetici contabilizzabili ai fini della EED. Tutti questi elementi rappresentano un’occasione mancata per il sistema Paese, potenzialmente in grado di esprimere competenze industriali di primo piano e di beneficiare di rilevanti esternalità positive dal punto di vista ambientale, dell’innovazione tecnologica e della crescita economica ed occupazionale.

La prima cura per lo schema dovrebbe dunque essere una revisione dell’addizionalità. La proposta più di rottura con l’evoluzione degli ultimi anni è quella di non considerarla proprio nell’attribuzione dei certificati bianchi, da riconoscere in funzione dell’intero risparmio energetico generato, attribuendo la valutazione dell’addizionalità a posteriori, come peraltro avviene per gli altri schemi di incentivazione. Così facendo si semplificherebbero decisamente le regole, aumenterebbero i risparmi riconoscibili e dunque l’offerta avrebbe maggiore impulso, e il MiSE potrebbe gestire in modo ottimale la valutazione della quota addizionale dei risparmi da comunicare ai sensi della EED.

Le modalità di valutazione della baseline contenute nelle nuove linee guida sono condivisibili, ma la decisione di legarla a un campionamento giornaliero dei consumi può risultare ad oggi penalizzante, vista la penetrazione ancora limitata dei sistemi di monitoraggio, con la conseguenza pratica di rendere difficile la presentazione di progetti. L’introduzione di un transitorio, in cui poter procedere con maggiore facilità a ricostruzioni cautelative in alternativa al metodo rigoroso, potrebbe essere una soluzione per sbloccare i progetti nel breve periodo.

In merito alle metodologie di valutazione dei risparmi, non si comprende il ritardo nell’emanazione delle nuove schede standard. L’introduzione del campione da sottoporre a misura con criteri identici ai progetti a consuntivo, la possibilità di accorpare progetti solo in presenza di un unico titolare e la modifica delle schede via decreto direttoriale dovrebbero di per sé mitigare la possibilità di frodi, che rappresenta il principale problema evidenziato dalle schede precedenti, e il rischio di trovarsi a lungo a convivere con schede caratterizzate da difetti di origine. Senza contare che con prezzi nell’ordine dei 100 euro, recuperabili con una revisione drastica dell’addizionalità, l’attrattiva per le associazioni a delinquere si ridurrebbe ulteriormente.

Venendo al terzo e ultimo punto, si ritiene che il contrasto alle truffe possa essere affrontato in modo più razionale, pena il continuare una cura dagli effetti collaterali di gran lunga superiori al beneficio conseguito. L’ipotesi di eliminare i progetti standard, in quanto si prestano di più alle frodi e presentano un maggiore onere relativo di controllo, produrrebbe un ridimensionamento delle potenzialità dello schema, con le conseguenza negative del caso. E tra l’altro il problema si presenterebbe con qualunque schema alternativo. Ciò non toglie che anche le schede standard dovrebbero richiedere un minimo di documentazione utile ad accertare l’effettiva realizzazione dei progetti (e.g. documenti fiscali inerenti agli interventi, fotografie, attestazioni dell’effettiva esistenza degli immobili, etc.) e che qualche controllo in più si potrebbe fare sui proponenti. Ciò consentirebbe anche di ridurre le verifiche documentali successive e di ricorrere di più ai controlli sul campo, più incisivi come deterrente alle non conformità, più corretti nei confronti di chi opera bene e utili per raccogliere informazioni aggiuntive sulle trasformazioni in essere nelle nostre imprese.

Ovviamente vi sono altre modifiche utili o necessarie per migliorare lo schema, che sarebbe troppo lungo elencare. Quella forse più ovvia riguarda gli obiettivi, ma è inutile parlarne se non si affrontano prima i temi citati sopra. Uno schema più flessibile e semplice da utilizzare porterebbe con sé la possibilità di incrementare gli obblighi, mantenendosi in un intorno di equilibrio fra domanda e offerta, insieme a una riduzione dei contenziosi e a vantaggi di sistema. Vale infine la regola che un sistema complesso richiede un maggiore supporto a chi è chiamato ad operarvi e un dialogo più aperto e costruttivo fra le parti. FIRE, insieme ad altre associazioni e stakeholder, è al lavoro su più tavoli per cercare di trovare una soluzione migliorativa. L’auspicio è che il nuovo anno porti buone nuove.

 

* Direttore di FIRE