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2017-11-19 22:12

Ottimisti, Nonostante Tutto

INQUINAMENTO ATMOSFERICO IN CITTA’

di: 
Beniamino Bonardi

Ogni anno, ad ottobre scoppia la polemica sull’inquinamento atmosferico nelle città, in particolare in quelle della Pianura Padana. Ma davvero i problemi sono sempre gli stessi e non cambia mai niente?

I Social sono un buon termometro per capire l’aria che tira e così capita che un romano, che passa per lavoro un giorno la settimana nel capoluogo lombardo, scriva su Facebook, su uno sfondo nero, cinque parole definitive, “Milano, grigia da far schifo”. Siccome ha amici educati, nessuno gli dice di tornarsene nella città dei Raggi di sole, ma cerca di spiegargli che “Ma invece quant’è bello!!!!!” con foto delle guglie del Duomo nel grigio rarefatto, “Atmosfera magica”, “Che te devo dì, io adoro Milano sempre”, “Sotto quel cielo c’è una città meravigliosa”, “Resta con noi!!!!”, e via andando. Contemporaneamente, più a Ovest, la sindaca di Torino invitava i concittadini a chiudere le finestre, impossibile misurare con quale successo, ma sicuramente prendendosi il rimbrotto del presidente della Regione per essere andata troppo oltre in solitudine, perché quello nel Protocollo non c’è scritto.

Già, il Protocollo. Quello firmato pochi mesi fa dai presidente delle Regioni della Pianura Padana, con le misure di emergenza che tutti dovrebbero prendere, nei comuni sopra i 30.000 abitanti, al superamento dei livelli massimi di polveri sottili. Una serie di divieti progressivi, compreso quello, per dare una nota di buon umore, di accendere falò, fuochi d’artificio e barbecue, che notoriamente è una delle attività invernali preferite da piemontesi, lombardi, emiliani e veneti. Ma bisognava cercare di convincere Bruxelles che si era deciso di fare sul serio ed evitare un’incombente maxi multa Ue. Quindi, bene il Protocollo comune.

Il fatto è che ormai da decenni, puntuale come un orologio svizzero, a fine ottobre scoppia l’emergenza Pm10, che si protrae a intervalli di pioggia e vento fino a febbraio e il cui messaggio è che viviamo in città che ci avvelenano, che non cambia mai niente e gli anni passano invano senza che ai nostri polmoni pensi seriamente nessuno. Del resto è noto che una buona notizia non fa notizia.

Ma è veramente così? Quelli che, come chi scrive, hanno passato l’infanzia e l’adolescenza negli anni ’60 e ’70 (del secolo scorso, come ormai si usa specificare) ben se le ricordano quelle nebbie veramente grigie, dense, pastose, che ti veniva voglia di provare a masticarle. I Pm10 non si sapeva neppure cosa fossero e quindi nessuno li misurava; si andava a naso e si usava una parola volgare, “smog”. Sparito, un ricordo. Per anni è sparita anche la nebbia, tornata lo scorso inverno, per la gioia, difficilmente comprensibile da altri, di molti milanesi. Non c’è bisogno di centraline per dire che negli ultimi decenni si respira molto meglio.

Eppure no. Ogni autunno-inverno dobbiamo dirci che va tutto male, che non cambia mai niente e che ci avveleniamo sempre allo stesso modo. Passa sotto silenzio il grafico pubblicato dal Sole 24 Ore sotto il titolo “Sorpresa, l'aria delle città migliora di anno in anno”, accompagnato da questo testo: “Il maggiore contributo a una migliore qualità dell'aria delle città è venuto dalla chiusura di alcune grandi fabbriche e dal miglioramento delle tecnologie. Ma ora con l'autunno l'allarme smog nelle grandi città del Nord si è ripresentato soprattutto per l'accensione degli impianti di riscaldamento e per la ripresa del traffico. Le polveri che negli anni '70 rendevano opaca l'aria di Milano, Torino e delle altre città venivano soprattutto dalla presenza di grandi fabbriche all'interno delle città, dalla combustione degli impianti di riscaldamento, dal traffico. I veicoli di allora non avevano alcun filtro e i carburanti erano di qualità ambientale assai modesta. A ogni accelerata le corriere sviluppavano grandi nuvole nere, mentre le motorette con il motore a due tempi liberavano i fumi oleosi della miscela: per fortuna da anni non si producono più veicoli così inquinanti. Oggi la maggior parte delle polveri fini che respirano i milanesi è prodotta fuori dalla città e viene importata nell'area urbana dalle brezze”.

Nel grafico: concentrazioni di polveri totali sospese (Pts) e di polveri più fini di 10 micrometri (Pm10) nel periodo 1973-2012 in microgrammi per metro cubo d’aria. Fonte: Arpa Piemonte, Provincia di Torino, Arpa Lombardia.

Lo stesso messaggio arriva da Stefano Zauli Sajani, fisico dell’Arpa Emilia-Romagna e autore di un libro intitolato Ma il cielo è sempre più blu, che sulla base di dati dell’Arpa Lombardia evidenzia come la concentrazione media annua di Pm10 a Milano sia passata dai 200 microgrammi per metro cubo di aria stimati del 1970 ai 40 del 2013, tenendo presente che esiste un fondo naturale di 10. “La spasmodica attenzione verso il superamento dei limiti giornalieri non ha una forte giustificazione”, afferma Zauli Sajani. “La cosa più importante per la difesa della nostra salute non sono i picchi ma le medie annue, non gli effetti acuti ma quelli cronici.” Miglioramenti sono ancora possibili ma “di entità molto ridotta rispetto a quelli già conseguiti. Stiamo raschiando il fondo del barile. Immaginando di azzerare tutto il traffico su gomma la concentrazione di polveri si ridurrebbe di 20 microgrammi, all'incirca un ottavo del miglioramento dagli anni '70 a oggi”. A ciò va aggiunto che la limitata efficacia dei provvedimenti di limitazione del traffico alla fine va a impattare sulle fasce di popolazione più povere, anziane e che vivono nelle periferie.

Ciò che ora tocca fare e che in gran parte ancora manca non è tanto la gestione dell’emergenza che tanto appassiona i mass media, ma il governo della transizione verso città più moderne, efficienti, veloci e anche belle e sane. Il paradosso è che ormai i cittadini hanno capito che l’auto come mezzo di trasporto quotidiano e preferito è un non senso, che produce solo lentezza. Nella Milano che va sempre di corsa e che tra sindaci di vari colori molto è cambiata, usare un’auto del car sharing, anziché la propria, ormai fa moderno e chic ed è bastata l’esplosione del bike sharing – 18.000 bici, di cui 4.000 a flusso libero, cioè che possono essere lasciate in qualsiasi punto della città e non solo nelle rastrelliere - per far salire i ciclisti quotidiani a circa centomila, col sindaco costretto a dire stop per un anno a nuove biciclette condivise, perché ci sono problemi di circolazione e di convivenza delle bici con pedoni, auto e mezzi pubblici. La domanda c’è, forte, mancano ancora sufficienti infrastrutture, quelle piste ciclabili che sembravano fino a poco tempo fa una romanticheria da week end. Sono le città che vanno ridisegnate, utilizzando tutte le opportunità offerte dalla digitalizzazione. C’è bisogno di governare, e bene, la transizione, cosa ben più difficile che emettere divieti di circolazione e invitare a chiudere le finestre.