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2017-11-19 22:18

Intelligenza Artificiale e Rinascimento. Opportunità per l’Italia?

ROBOT E HUMAN FACTOR

di: 
Angelo Spena*

I robot avranno successo, nel lungo termine e a seguito di un cambio di paradigma economico e sociale. Ripercorreranno il cammino dell’elettricità, un secolo dopo. Come già l’elettricità, hanno dovuto attendere per cinquant’anni. Ma se saranno nel breve termine lasciati in pasto ai mercati finanziari rischieranno di produrre una bolla dai costi industriali e soprattutto sociali devastanti. Occorre vigilare su questo. Poi però guardiamo anche, per una volta con fiducia, al post-capitalismo automatizzato venturo remoto.

1. L’ambivalente rapporto tra globalizzazioni e tecnologie

Tutte le globalizzazioni sono state riassorbite nel lungo termine dalle ciclicità della storia. Quella di fine ‘800 è tragicamente implosa in pochi decenni. Anche le precedenti si erano consumate in epiloghi per lo più distruttivi, dal collasso dei grandi imperi dell’antichità, al Sacro romano impero, all’età dei colonialismi. Il rapporto delle globalizzazioni con la tecnica prima, e con la tecnologia poi, è stato spesso ambivalente: basti pensare alla maledizione delle risorse; oppure al più recente avvento della tecno-scienza. Una riflessione meriterebbe il fatto che, nel mondo da loro globalizzato, gli antichi Romani privilegiassero il fattore umano, in cui erano consapevoli di eccellere. Svilupparono le sue estensioni tecniche di sistema, le espressioni di forza operativa date dalla architettura, dalle opere d’arte militare, dalle infrastrutture. Molto meno invece promossero ciò che con leggerezza potesse potenziare la capacità operativa dei singoli. E’ luogo comune che l’innovazione riceva impulso dalla guerra; eppure ho sempre avuto la sensazione che i Latini diffidassero della innovazione tecnica fine a se stessa, esportabile e riproducibile; avevano forse interiorizzato la tragedia di Cartagine, a cui avevano sottratto - copiandone il know-how - e poi innovato i due punti di forza vitali, le tecniche della agronomia e quelle della marineria [1]. Un trasferimento tecnologico ante litteram di successo, ma dagli esiti mortali.

2. L’avvento dei robot. Quanto esteso, e soprattutto: in quanto tempo?

Da quando la tecnica si è articolata in tecnologie, e la conoscenza ha assunto i contenuti prevalenti della tecno-scienza, la globalizzazione tende ad accendere tutte le sfide possibili, esaltando le disuguaglianze e mettendo a nudo le diversità. Di fatto, accrescendo il rischio di conflitti. La globalizzazione del nostro XXI secolo ha per esempio ri-evocato il robot. Il robot non è una novità tecnica. Non solo se ne favoleggia da oltre mezzo secolo, ma automi meccanici curiosi quanto inutili videro la luce già nell’antichità e nel Rinascimento. Realizzatesi condizioni di impiego realistico, i robot sono ormai accreditati di una diffusione esponenziale, con un impatto economico dell’ordine [2] di 1,5-4 miliardi di euro già al 2025. Intorno alle percentuali dell’ormai non più recentissimo Rapporto McKinsey del 2013, si apre un ventaglio di previsioni [3] [4] [5] che attribuisce ai robot la potenzialità di sostituire, a seconda dei Paesi, dal 10 al 75% dei posti di lavoro, di cui nella sola manifattura – sempre al 2025 – dal 15 al 25% nelle economie avanzate, e dal 5 al 15% nei Paesi emergenti. Combinando le forbici di valutazioni relative a risparmi presunti e investimenti necessari (McKinsey non quantifica gli aspetti negativi del problema) assumendo cioè che ogni robot possa sostituire da 2 a 20 persone potremmo stimare che da 30 a 500 milioni di salariati perderebbero il lavoro. Decisivo e discriminante sarà il tempo di risposta del sistema socio-economico: il robot dovrà porsi infatti a servizio di successivi modelli di business (i più remoti dei quali oggi ancora non prevedibili) in nuove progressive riconfigurazioni di equilibri del contesto, con tempi di metabolizzazione verosimilmente più lunghi di quelli estrapolabili dai tempi di raddoppio di Moore (18 mesi, ma nel 1965): l’ordine di grandezza oggi più accreditato per una diffusione sostanziale sarebbe [6] della decina di anni.

3. Più di un problema etico

Sensori, software, robot: in una parola AI, intelligenza artificiale. Un fenomeno epocale e non estemporaneo le cui ricadute saranno da governare nel lungo termine. Per la prima volta nella storia occorrerà declinare la mancanza di libertà dei cosiddetti umanoidi in un contesto di sviluppo dei mercati: tema etico cui sta già sta lavorando [7] il Parlamento europeo. Finora era sempre avvenuto il contrario. Il robot innova anzi rovescia la “alternativa piuttosto angosciosa tra schiavitù produttiva e libertà improduttiva”. [8] L’affrancamento dalla schiavitù aveva stimolato l’economia, e consapevolmente: basti pensare alla secessione nordamericana, e più indietro nel tempo alla selezione meritocratica dei liberti in età romana. Oggi si delinea il rischio che il diritto al lavoro, anche recentemente ricordato da Papa Francesco [9] (“il lavoro ci dà dignità”), o dallo stesso articolo primo della Costituzione italiana, sia sovvertito dall’avverarsi (nonostante la ripresa nel 1939 della guerra mondiale e sempre che non ci siano altri ritorni di fiamma) della straniante profezia di J. M. Keynes [10] del 1930: “il problema economico” cioè la lotta per la sussistenza e per il lavoro “può essere risolto, o per lo meno essere in vista di una soluzione, nel giro di un secolo”.

4. A livello micro: meno salari e pensioni, più ammortamenti e manutenzioni

Proviamo a semplificare (con tutti i limiti del caso). Cosa differenzia il robot dallo schiavo? Lo schiavo comportava – comporta ancora, purtroppo nel pianeta [11], chiedetelo ai migranti – un alto costo fisso iniziale (l’acquisto o la cattura) e un basso costo, sempre fisso ma continuo nel tempo, della sua mera sopravvivenza. Lo schiavo fu poi sostituito dal salariato. Il salariato paleocapitalistico comportava solo costi proporzionali al lavoro svolto, a cottimo o meno; il capitale era meglio impiegato nelle macchine. Finchè la vita del salariato rimase a livello di pura sussistenza (sotto “un giogo poco men che servile” come fu definito nel 1891 da Papa Leone XIII nella enciclica Rerum Novarum) egli non potè acquistare altro che alimenti e abiti essenziali. Perché divenisse consumatore, fu necessario cedergli una piccola parte del plusvalore. Il lavoratore – si disse – acquisì dignità, e aspettative di progresso sociale. Rispetto a questa sequenza, il robot costituirebbe un ritorno al passato: in termini crudi, una sostituzione di salari (e pensioni) con ammortamenti [12] e manutenzioni.

5. A livello macro: il robot lavora, ma non consuma

Il robot lavora, ma non consuma. Comporta altissimi costi fissi iniziali e alti costi periodici di manutenzione e di innovazione. Per certi aspetti, il robot è peggio dello schiavo. Lo schiavo, non avendo costi proporzionali ma solo fissi, incentivava l’uso estensivo dei mezzi di produzione del padrone, per esempio spingendolo a verticalizzare le sue attività imprenditoriali: dalla agricoltura (essendo spesso, soprattutto più indietro nel tempo, un latifondista) ai servizi. La diffusione capillare dei robot vanificherebbe un secolo di progresso che ha consentito al lavoratore di diventare consumatore. C’è di più: il robot sottende un costo occulto, quello del conferimento di capacità di spesa a consumatori sostitutivi degli umanoidi, che non lo sono. Finchè questo problema non sarà risolto, la “mano invisibile” potrebbe anche negare ai robot il paventato successo: l’accento sui vantaggi competitivi prospettici contenuto nel Rapporto McKinsey “some companies coulf find that advanced robotics lowers the barriers for new competitors” subliminalmente rimanda in chiave industriale alla strisciante diffidenza dell’antica Roma per la innovazione.

6. La partita tra globalismo e localismo forse non è chiusa

Siffatta transizione tecnologica difficilmente sarà sostenibile nell’attuale ordine socioeconomico. E’ una transizione che dovrà avere il tempo di maturare e che sfugge, come tutti i cambi di paradigma della storia, a ogni capacità di previsione. Soprattutto se è vero che oltre l’80% dei grandi investitori mondiali ritiene [13] che il periodo attuale sia il più imprevedibile di ogni tempo; “predicting future job growth is extremely difficult, as it depends on technologies that do not exist today” chiosa il Rapporto Obama [14] sulla intelligenza artificiale e l’economia. Con gli occhi di oggi infatti – a meno di distribuzioni gratuite di beni e servizi, o di banconote lanciate dall’elicottero (provocazione di M. Friedman, già dal 1969) - qualunque formula escogitino gli strateghi di Davos (redditi di base, redditi di cittadinanza, dividendi sociali, assegni di sussistenza, moneta fiscale, e altro), si dovrebbero trasferire risorse dal capitale che ha adottato i robot ai potenziali consumatori di beni e servizi prodotti con i robot. Problema non risolto dalla tassazione evocata da B. Gates, che mira semplicemente a mantenere il gettito fiscale del lavoro umano, ma non incrementa ipso facto la copertura di sussidi sociali. In continuità con lo scenario in cui “la fonte di ogni ricchezza è il lavoro” come scriveva A. Smith che però nel 1776 non aveva ancora sperimentato l’avvento delle macchine (di cui solo più tardi [15] C. Marx provò a immaginare un costo tendente a zero) potrebbe allora accadere, strada facendo, che il capitalismo scopra che il giuoco (la riduzione dei costi con i robot) non vale la candela (la compressione dei prezzi e dei margini). O al contrario potrebbe accadere che il robot metta a nudo i limiti del capitalismo nel creare nuovi mercati all’infinito in un contesto di insufficiente capacità di spesa, rimettendo in discussione alcuni aspetti della globalizzazione: “factories might no longer need to be located near sources of low-cost labor” ammonisce il citato Rapporto McKinsey. Molto allora dipenderà dai contesti, anche locali, nel quadro di un possibile reshoring.

7. Non solo i robot sono job killer

Il descritto scenario “triste”, dei pochi vincitori che consolano i tanti perdenti, è verosimile a breve. Ma in natura nessun fenomeno è lineare. E meno che mai, nella storia, è stato lineare il processo che forma il futuro. Sì che, nel lungo termine, potrebbero delinearsi scenari “temperati” dalla nascita di nuovi lavori e rapporti interpersonali [16], da forme diffuse di auto-impiego [17], dallo smartwork; o al contrario, sic et simpliciter, dall’autolimitazione dell’uso dei robot. Anche perché il problema della disoccupazione tecnologica non è una novità: la definizione è di J. M. Keynes e risale agli anni trenta del ‘900. Con buona pace di Ned Ludd, o della regina Elisabetta I che quasi cinque secoli fa negò a William Lee un brevetto per meccanizzare la maglieria [18] trincerandosi dietro “regard for the poor woman and unprotected young maidens who obtain their daily bread by knitting”, posti di lavoro possono andare perduti - a parità di mix di attività economiche a diversa incidenza di manodopera - non solo a causa dell’automazione; ma anche senza robot, se il mix  scivola verso un maggior peso percentuale dei comparti a minore intensità di lavoro. Tra quelli strategici (tanto per fare un esempio) non tende forse il comparto dell’energia verso una crescente intensità di capitale?

8. A breve termine: bolle speculative?

Sulla scala dei tempi, un primo aspetto critico consiste dunque nell’evitare che le fibrillazioni evocate dal Rapporto McKinsey “early adopters could gain important quality, cost, and speed advantages” spingano nel breve periodo verso una bolla: di fatto già oggi [19] “le aspettative stanno gonfiando la valutazione delle aziende che gravitano nel mondo della intelligenza artificiale”, e “nel 2020 gli algoritmi che imparano varranno 46 miliardi”. [20] Se applicassimo alla lettera la teoria economica di C. P. Kindleberger, dovremmo aspettarci uno o più cicli in cui alla scoperta segua l’euforia, poi la mania, quindi il panico, infine la depressione [21]. Se saprà superare queste insidie, gli ottimisti prevedono che già nel breve-medio periodo la diffusione dei robot possa indurre nuova occupazione per sviluppare HW e SW, per riparare e fare manutenzioni, riorganizzare e supervisionare processi e supply chains: tutti investimenti produttivi preconizzati, ottimisticamente appunto, ad alto moltiplicatore occupazionale e a basso impatto ambientale. Poche persone ad alta formazione destinate al controllo e alla assistenza di molti robot. Una èlite di specialisti e un esercito di schiavi. Sarà un duro cimento per la finanza etica, così sensibile a innovativi modelli di business finalizzati a promuovere nuove salvaguardie [22], a invaghirsi di story stocks, a temperare i cambiamenti climatici, trovare altrettanto slancio per salvare la dignità del lavoro per miliardi di uomini e donne che popolano il pianeta.

9. A lungo termine: nuovi paradigmi in economia circolare

Gli ottimisti sottolineano un secondo aspetto. Nel robot il cervello è separato dal corpo, mentre nell’uomo sono sinergici [23]. La differenza sarebbe essenziale [24]. Oggi il robot è idoneo essenzialmente a lavori fisici con operazioni prevedibili. Quelli più alienanti. E i tempi degli investimenti non sono comprimibili (al più, semmai, pianificabili), anche in quanto [25] “reconfiguring manufacturing processes … and supply chains is difficult and time-consuming”. Nel medio-lungo periodo la diffusione dei robot potrebbe perciò comportare un approdo del lavoro umano ad attività a maggior contenuto euristico (vedi R&S) e creativo, e a maggior contenuto empatico e sociale. Sarebbe la rivalsa dell’Human Factor: lavori creativi che implicano contatti umani e adattivi, lavori dirigenziali che richiedono operazioni non prevedibili. In una società che invecchia e ha sempre più bisogno di assistenza fisica, che trasmigra e ha sempre più bisogno di comprensione empatica, si aprirebbe un ventaglio di possibilità: a un estremo, la ricerca di nuovi lavori, servizi e prodotti prospettata da P. Mason [26] sempre meno essenziali e – mostruosa dilatazione della piramide dei bisogni di Maslow - ahinoi sempre più improbabili se non demenziali; all’opposto, la concretizzazione dell’utopia localista ottocentesca vagheggiata da P. Kropotkin [27]. In mezzo, il rischio di una economia in stallo, in rivolta contro il progresso tecnologico. Sì che, nel lungo termine, a meno che non si voglia rabbrividire alla sciagurata prospettiva di robot “usa e getta” in un pianeta di risorse finite (è per esorcizzare questa finitezza che i cosiddetti visionari ci affabulano con Marte) la loro armonizzazione in una circolarità della economia [28] potrebbe rivelarsi non più una delle opzioni, ma l’unica percorribile. Sempre che nel frattempo il numero delle guerre mondiali non si sia allineato a quello delle guerre puniche: “our generation has inherited more opportunities to transform the world than any other. That’s a cause for optimism, but only if we’re mindful in our choices”. [29]

10. Una opportunità per il sistema Italia. Non priva di insidie

Contrasto delle disuguaglianze; valorizzazione del fattore umano; ri-localizzazione produttiva; economia circolare: si profila un ritorno verso una economia delle Nazioni? E in ogni caso, sia nel breve che nel lungo termine, queste non costituirebbero straordinarie opportunità per il sistema Italia di valorizzare fattori strutturali del nostro storico tessuto sociale e imprenditoriale? Meccatronica e robotica made in Italy: oggi è eccellenza nel mondo. Distretti industriali a tessuto territoriale: prospettati come problema, ma finora rivelatisi soluzione [30]. Esigenze sociali, empatia, fattore umano: l’Italia non manca certo di attitudini. I nostri ingegneri sono stimati nel mondo per la loro duttilità, per la capacità di coniugare approfondimenti e apertura mentale, rigore e creatività. Su questi prerequisiti occorrono però investimenti in conoscenza, ricerca, cultura, innovazione. Serve una tempestiva riforma della istruzione, anzi una rivoluzione scolastica capace di imprimere, più che nozioni premature e a tutto campo, mentalità matematica e scientifica. E’ tempo di riequilibrare dopo oltre un secolo dal quarto Congresso Internazionale di Filosofia di Bologna del 1911, allorchè B. Croce prevalse su F. Enriques, la prevalenza in Italia degli studi umanistici su quelli scientifici. Non mancheranno le insidie. Anzitutto non basterà Industria 4.0. Occorre un cambio di paradigma dinamico in cui la AI diffusa vada non solo verso sintesi evolute di ICT e big data, ma anche verso le scienze umane e altro che oggi è difficile intravvedere [31] cui va lasciata impregiudicata la possibilità di essere evolutivamente e sostenibilmente recepito. Anche il contesto socio-economico non è immune da problematicità. Un’incognita a livello macro è costituita dagli effetti sul Mezzogiorno, con un possibile lacerante trade-off occupazionale delle manovalanze controllate dalle mafie, che potrebbe sospingere queste ultime a contendere nuovi spazi in settori a più elevato contenuto tecnologico, magari così (chissà, sarebbe una redenzione epocale) allentando la presa sul territorio; oppure, e sarebbe la eventualità peggiore, a condannare definitivamente il Sud a una deriva senza innovazione e senza futuro. Altra insidia si annida a livello micro nella possibile nuova struttura finemente suddivisa, sfuggente, dei futuri lavori e redditi: come fronteggiare, in Italia, una evasione fiscale generalizzata? Molto è da fare. Ma il tempo c’è: essere arrivati alle soglie di questo cambiamento in condizioni di declino, potrebbe paradossalmente favorire e accelerare il necessario cambio di paradigma socio-economico. La distruzione davvero potrebbe rivelarsi per l’Italia tempestiva creatrice.

11. Due precedenti di cui fare tesoro: l’avvento dell’elettricità, e quello delle rinnovabili

Corrono alla mente due significativi ricorsi storici, uno lontano e uno vicino nel tempo: l’avvento su grande scala della energia elettrica, e quello delle fonti rinnovabili di energia. Più di un secolo fa T. A. Edison, alla domanda su quanto avrebbe potuto diffondersi l’elettricità, rispondeva “non so ancora bene cosa sia in grado di fare, ma credo davvero che non potrà fare tutto”. Molto più recentemente – e il giudizio è ormai unanime [32] - gli eccessi e le distorsioni dei sussidi indiscriminati hanno seriamente rischiato, e non solo in Italia, di compromettere lo sviluppo armonico delle fonti rinnovabili. I robot avranno successo, nel lungo termine e a seguito di un cambio di paradigma economico e sociale. Ripercorreranno il cammino dell’elettricità, un secolo dopo. Come già l’elettricità, hanno dovuto attendere per cinquant’anni. Ma se saranno nel breve termine lasciati in pasto ai mercati finanziari rischieranno di produrre una bolla dai costi industriali e soprattutto sociali devastanti. Occorre vigilare su questo. Poi però guardiamo anche, per una volta con fiducia, al post-capitalismo automatizzato venturo remoto. Oltretutto, nel lungo periodo il rapporto dell’uomo con la tecnologia potrebbe tornare a essere ambivalente; non possiamo escluderlo [33]. Lo stesso proteiforme J. M. Keynes, quando ancora indossava nel 1919 l’abito di consigliere dei decisori prima di vestire quello del visionario, ammoniva [34]: “Il fatto che tutto è possibile non autorizza a parlare a vanvera. … I cambiamenti secolari della condizione economica dell’uomo e il rischio d’errore delle previsioni umane possono portarci a sbagliare così in un senso come nell’altro. Da persone ragionevoli possiamo soltanto basare la nostra politica sugli elementi che abbiamo e adattarla ai cinque o dieci anni sui quali ci è lecito supporre poter prevedere qualcosa”. Su una più grande scala dei tempi nessuna previsione può essere fondata, e nessuna intuizione può essere esclusa. L’antica saggezza è per questo più preziosa: festina lente, avrebbero suggerito quei Latini così accorti valorizzatori del loro fattore umano.

 

* Professore Ordinario di Fisica Tecnica Ambientale

Università di Roma Tor Vergata


NOTE

[1]T. Mommsen, Storia di Roma antica, Vol.1 – Tomo 2, edizione Sansoni, 1991.

[2] McKinsey Global Institute, Disruptive technologies: Advances that will transform life, business, and the global economy, www.mckinsey.com/mgi, May 2013.

[3] C. B. Frey, M. A. Osborne, The Future of Employment: How Susceptible are Jobs to Computerisation?, Oxford Martin School Working Paper, September 17, 2013.

[4] Manpower Group, The Skills Revolution. From Consumers of Work to Builders of Talent, Report, 2017.

[5] Accenture, Technology for People. The Era of the Intelligent Enterprise, Technology Vision, 2017.

[6] D. Di Vico, Il trucco? Farsi amica la tecnologia, Il Corriere della Sera - L’Economia, 3 aprile 2017.

[7] L. Tremolada, La strana idea di tassare i robot,  Il Sole24Ore, 21 febbraio 2017.

[8] H. Arendt, The Human Condition, University Press, Chicago, 1958.

[9]  Lieti nella speranza, Udienza Generale del 15 marzo 2017.

[10] J.M. Keynes, Economic Possibilities for Our Grandchildren, in La fine del laissez-faire e altri scritti economico-politici, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.

[11] ILO, International Labour Organisation, stima in 21 milioni - il 3 per mille della popolazione del pianeta - le persone ancora costrette a lavoro forzato.

[12] L. De Biase, Il rischio di frenare il progresso tecnologico, Il Sole24Ore, 21 febbraio 2017.

[13] Se anche i super ricchi temono l’instabilità, Il sole24Ore, 18 maggio 2017.

[14] NSTC, Preparing for the Future of Artificial Intelligence, Report, 2016.

[15] C. Marx, Grungrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, PiGreco, Milano, 2012.

[16]  P. Mason, Postcapitalismo, Il Saggiatore, Milano, 2016.

[17]  C. Carboni, Tecnologie e lavoro da alleati a rivali, Il Sole24Ore, 8 maggio 2017.

[18]  The Optimist’s Guide to the Robot Apocalypse, qz.com, March 09, 2017.

[19]  A. Magnani, L’intelligenza artificiale rende, Il Sole24Ore, 6 maggio 2017.

[20] L. Tremolada, L’intelligenza artificiale vale 8 miliardi di dollari,  Il Sole24Ore, 7 aprile 2017.

[21]  C.P. Kindleberger, Manias, Panics and Crashes: A History of Financial Crisis, MacMillan, 1978.

[22] E. Silva, La sostenibilità è strategia di business, IlSole24Ore, 3 aprile 2017.

[23] S. Romano, Are robots the future? The prospects of artificial intelligence, Oil, Magazine n.32, January 2017.

[24] R. Cingolani, G. Metta, Umani e umanoidi: vivere con i robot, Il Mulino, Bologna, 2015.

[25] McKinsey Global Institute, Op.cit.

[26] P. Mason, Op. cit.

[27] P. Kropotkin, Campi, fabbriche, officine, Eleuthera, Milano, 2013.

[28] A. Spena, Combining Energy Efficiency and Quality of Life. A Proposal to Add Value to the Human Capital, EU, December 2011, www.useefficiency.eu

[29] E. Brynjolfsson, A. McAfee, The Second Machine Age, W.W.Norton&Company, New York, 2014.

[30] A. Spena, La green economy, l’Italia e il territorio, Il Giornale dell’Ingegnere n.10, ottobre 2014.

[31] P. Andreini, Quel treno da non perdere che corre verso il futuro, editoriale, La Termotecnica, novembre 2016.

[32] A. Spena, Climate Change: Renewable Energy Top Priority List, but Instability Clouds Picture, Bloomberg–Int’l Environment Reporter, January 2013.

[33] A. Spena, Energy, Climate, Geopolitics, The intrinsic Coherence that Isn’t. Is Current Crisis a Blessing in Disguise?, EU, December 2011, www.useefficiency.eu.

[34] J.M. Keynes, Le conseguenze della pace, Adelphi, 2007.