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2017-12-14 19:42

Trivellazioni entro le 12 miglia marine, il Pd chiede al governo un chiarimento interpretativo dell’ultimo decreto

QUEL CHE C’È DA SAPERE

Il testo del decreto del 7 dicembre 2016 del ministero dello Sviluppo economico, pubblicato sulla  Gazzetta Ufficiale del 3 aprile, continua a suscitare perplessità sulla formulazione dell’art. 15, che secondo alcune interpretazioni derogherebbe al divieto di nuovi pozzi e nuove piattaforme per la ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia marine.

Il decreto contiene il “Disciplinare tipo per il rilascio e l'esercizio dei titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale” e secondo alcune interpretazioni consentirebbe, di fatto, alle compagnie petrolifere non solo di terminare un progetto, ma anche di modificare il programma di sviluppo previsto al momento del rilascio di una concessione e recuperare le riserve esistenti anche entro le 12 miglia. Secondo queste interpretazioni, l’art. 15 del decreto sarebbe in contrasto con il dettato dell'articolo 1, comma 239, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, che dispone il divieto di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi all'interno del perimetro delle aree marine e costiere protette e nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, fatti salvi i titoli abilitativi già rilasciati per la durata di vita utile del giacimento e comunque nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale.

Sulla questione, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Ivan Scalfarotto, ha risposto in commissione attività produttive della Camera a due interrogazioni del Pd, primi firmatari Ginefra e Crivellari, affermando che nel decreto “non sono contemplate, nell'ambito di titoli già conferiti, nuove attività di ricerca per l'individuazione di giacimenti diversi da quelli in coltivazione indicati, come si evince dall'articolo 15 del citato decreto ministeriale, laddove si specifica che le uniche fattispecie di attività contemplate, anche in caso di modifica di programmi di sviluppo, sono quelle «funzionali a garantire l'esercizio (degli impianti) nonché consentire il recupero delle riserve accertate». 
Nessuna nuova apertura, quindi, ma esclusivamente, la regolamentazione delle procedure da seguire in tutti quei casi in cui l'operatore, per sopraggiunte modifiche di comportamento del giacimento o dei piani, per l'esigenza di adeguare le tecnologie impiantistiche alle best practices europee in continua evoluzione, per modificare o rimuovere parti d'impianti o intere piattaforme, debba necessariamente ottenere dall'Amministrazione le relative autorizzazioni, previa Valutazione d'Impatto Ambientale”

Il sottosegretario ha anche sottolineato che il decreto del 7 dicembre 2016, “quale atto regolamentare, e pertanto strumento normativo di rango inferiore, non può in alcun modo modificare il quadro normativo vigente previsto dall'articolo 1, comma 239, della legge 208 del 2015”.

Dopo la risposta del sottosegretario, i due interroganti, “senza mettere in discussione la buona fede della risposta del ministero dello Sviluppo economico”, hanno sollecitato al governo un chiarimento interpretativo dell'articolo 15 del decreto ministeriale, “che possa fugare qualsiasi dubbio in merito al divieto di costruire piattaforme nei casi previsti dall'articolo 1, comma 239, della legge n. 208/2015”.