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2018-07-19 11:56

La Consulta respinge i ricorsi di Veneto e Puglia sulla proroga delle trivellazioni entro le 12 miglia marine

QUEL CHE C’È DA SAPERE

La Corte costituzionale ha respinto, giudicandoli in parte inammissibili e in parte non fondati, i ricorsi delle Regioni Veneto e Puglia contro alcune norme della legge di stabilità 2016, in materia di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi.

La Consulta ha riaffermato che la Regioni “non hanno alcuna competenza con riguardo alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi in mare”, come affermato anche di recente con la sentenza n. 39 del 2017. “Ne consegue l’infondatezza della pretesa delle ricorrenti di coinvolgimento regionale, attraverso l’intesa, nel rilascio dei titoli abilitativi a dette attività che ivi dovrebbero svolgersi”.

In particolare, le due Regioni avevano contestato la legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 239, della legge di stabilità 2016, secondo cui il divieto delle attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale “è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all'adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell'ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale”.

L’illegittimità, secondo le due Regioni ricorrenti, stava nel fatto che non veniva prevista l’intesa con le Regioni poste in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere protette e dalla linea di costa. Secondo la Corte costituzionale, invece, “la norma censurata deve ritenersi riconducibile in via prevalente, per più ordini di ragioni, alla competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema”.