Oggi:

2017-12-18 19:42

Tutta l’Energia Che Serve all’Ambiente, al Benessere e alla Competitività

LA STRATEGIA ENERGETICA NAZIONALE

di: 
Alessandro Clerici*

Dopo 4 anni da quella del 2013, la SEN 2017 aggiorna e delinea i principali contenuti delle strategie energetiche nazionali, come presentati alla Camera dei Deputati dai ministri dello Sviluppo economico Calenda e dell’Ambiente Galletti. In attesa della sua pubblicazione, delle annunciate consultazioni e della sua confluenza nel Piano Energia ed Ambiente, che l’Italia dovrà inviare entro fine anno alla Commissione europea per definire i propri impegni nell’ambito del Climate Package, l’autore espone alcune prime e generali considerazioni.

L’obiettivo prioritario di una strategia energetica è quello di favorire un equilibrato sviluppo socio economico dell’Italia mantenendo competitività nel mercato globale dove saranno vincenti, nel lungo periodo, quei paesi che sapranno ottimizzare tutela dell’ambiente, economicità e qualità delle forniture energetiche ad industrie e famiglie, nell’ambito della sicurezza degli approvvigionamenti.

Specie per un paese  come il nostro, fortemente dipendente dall’estero (75 %) per approvvigionamenti energetici, la strategia energetica non può essere disgiunta da quelle dell’ambiente, della salute, fiscali, dell’occupazione, della ricerca  e di una politica estera e di scambi commerciali.  In particolare, se si vuole diventare un hub, occorre che gli scambi commerciali siano predefiniti, per evitare il rischio di fare investimenti in infrastrutture non utilizzate appieno o sottodimensionate.

Superando  sterili battaglie tra fonti fossili e rinnovabili, tra concentrate e distribuite occorre ricordare che:

- la competitività di un paese è legata alla vera bolletta energetica che è quanto pagano industrie e privati cittadini per elettricità, gas, benzina  e altre forme di energia. La bolletta cioè, che considerando tasse, accise, balzelli, costi vari di trasformazione e distribuzione ed incentivi supera di oltre 3 volte quella che erroneamente viene chiamata bolletta energetica italiana, ovvero il costo di importazione dei prodotti energetici;

- una nazione che avesse la sicurezza degli approvvigionamenti ma  a costi troppo elevati (ad esempio per la propria produzione di elettricità) risulterebbe vulnerabile in termini di competitività.

La strategia energetica dovrebbe essere basata su una dettagliata analisi  della situazione attuale  e dei possibili trends evolutivi (qui nascono le incertezze) ponendo dei chiari obiettivi  per tutti gli stakeholders, inclusi i clienti finali.

Per non rimanere un puro esercizio intellettuale, la Strategia deve essere implementata con piani definiti e controllati nel loro divenire e vincolanti per tutti. Deve tenere conto delle evoluzioni geopolitiche globali  e di quelle dei mercati, delle tecnologie e delle regolamentazioni generali ed ambientali a cui l’Italia è “legata” (ad esempio quelle derivanti dall’Unione Europea). Tutte le risorse primarie devono essere tenute in considerazione, senza mitizzazioni nè demonizzazioni. Così pure le varie tipologie di trasformazioni ed usi finali, con un approccio sistemico che abbia come obbiettivo di arrivare quanto più possibile ad un ottimo per il sistema paese, che non è detto  coincida con l’ottimo  di alcuni settori e interessi particolari che possono sfociare in “bolle”. Nel nostro paese, abbiamo visto un andamento non certo armonico del settore energetico, con impennate dovute al prevalere di interessi di categoria; basta vedere il settore elettrico negli ultimi decenni, fortemente condizionato da incentivi dapprima  dal CIP 6, poi dai cicli combinati e poi dalle rinnovabili.

Anche l’evoluzione tecnologica, che corre più veloce delle legislazioni, ha avuto un notevole impatto sul sistema energetico, insieme ad una  maggior sensibilità per gli aspetti ambientali e le conseguenti regolamentazioni a livello europeo.

Inoltre, per la definizione della SEN, mi sembra necessario definire le modalità di approccio che portino ad un accordo sul come e quanto siano  valutate le esternalità, sia positive che negative, legate ad ogni attività “energetica”. Una valorizzazione quantitativa è essenziale. A parte le emissioni climalteranti che sembrano dominare la scena, mi riferisco, ad esempio, a :

- quale valorizzazione diamo all’impatto sull’occupazione di ogni attività energetica,  visti i valori  preoccupanti raggiunti dalla disoccupazione giovanile;

- che peso diamo alle emissioni di polveri sottili (per esempio da trasporti o causati da combustione inefficiente di biomasse) considerando le decine di migliaia di morti all’anno (vedi dati pubblicati da ENEA e dall’Europa) e le varie malattie che comportano notevoli costi al sistema sanitario;

- che valore diamo alla TEP (tonnellata  equivalente petrolio) evitata con le varie  tecnologie per l’efficienza energetica.

- che peso diamo alla produzione elettrica da fonti rinnovabili non programmabili; e qui il concetto tanto decantato di  grid parity va rivisitato perchè non è solo riferibile al costo locale della produzione ma deve includere i costi addizionali al sistema elettrico (capacità addizionale di riserva, costi di bilanciamento e/o di  storage, costi per far fronte alle “rampe”, costi di sicurezza delle forniture per particolari prolungate situazioni merceologiche). Anche la priorità di dispacciamento  a costo zero va rivista sulla base delle precedenti valorizzazioni, fatto salvo, si intende, che debbono essere considerate le loro positive esternalità.  

- che peso diamo allo sviluppo di tecnologie innovative, allo IoT (internet delle cose), all’industria 4.0 e così via.

Una volta definiti e concordati tali “parametri” strategici e il loro range (realistici e non utopici), sulla base di costi di investimento (CAPEX) e di esercizio e manutenzione (OPEX) attuali e tendenziali delle varie tecnologie, si possono identificare linee di sviluppo che si avvicinino ad un ottimo mix per il paese per efficienza energetica, trasporti, rinnovabili ecc. e le loro sotto tecnologie.  Vorrei ricordare che, sulla base dei vari studi della Task Force Efficienza energetica di Confindustria che ho avuto l’onore di coordinare per vari anni, da una mia elaborazione si può dedurre che, fatto 100 il costo per evitare 1 ton CO2 con l’isolamento degli edifici, si ha 50 con efficientamento degli elettrodomestici, 25 con la cogenerazione, 20 con l’applicazione di motori efficienti ed inverters e circa 5 sia con l’applicazione di pompe di calore  sia con nuove tecnologie di illuminazione; si hanno quindi differenze da 1 a 20 per le diverse tecnologie ed occorrerà definire un mix ottimale per raggiungere gli obiettivi tenendo conto dei vantaggi e delle penalizzazioni dovute alle loro esternalità. In definitiva un approccio sistemico-olistico è essenziale.

Nella valutazione dei  risultati ottenuti nella riduzione dei consumi e delle emissioni e nell’aumento  della quota di rinnovabili (abbiamo superato in anticipo gli obiettivi al 2020), occorrerà, come scrivono gli Amici della Terra nei rapporti recentemente pubblicati dall’Astrolabio http://astrolabio.amicidellaterra.it/node/1205 , tenere in dovuto conto il risultato di scelte strategiche, di interventi strutturali o di modifiche sostanziali del mix  rispetto al forte effetto della crisi (ahimè, quest’ultimo sembra preponderante) e di politiche incentivanti non ripetibili, con distorsioni del mercato per 20 anni e con forti oneri su alcune categorie di clienti. In particolare, il valore delle FER è stato ottenuto  con generosi incentivi e, ahimè, con la loro riduzione o annullamento, eolico e fotovoltaico sono morti nella culla per ingordigia. Il valore totale di incentivi per le FER ha superato i 12 miliardi nel 2013 ed i 14 miliardi nel 2016. In particolare, il solare fotovoltaico, nel 2016, ha ricevuto per  poco meno di 21 TWh un corrispettivo di 6,1 miliardi di euro (valore medio di ben 300 €/MWh), seguito da fonti termiche per 2,6 miliardi, eolico 2,3 miliardi, idro 1,7 e biogas 1,6 per un totale di 14,4 miliardi come da pubblicazione GSE.

Se parliamo poi di una strategia energetica che faciliti una celere uscita dalla crisi con incremento del PIL, occorrerà valutare, pur con una riduzione dell’intensità energetica dovuta ad evoluzioni tecnologiche ed ottimizzazioni, gli impatti che si avranno nel raggiungimento dei nuovi obbiettivi a causa di un aumento dei consumi finali. Le nuove direttive europee, presentate a fine dicembre 2016 con il cosiddetto Winter Package, pongono nuovi obiettivi al 2030 e cioè: 27% per FER; -30% di energia primaria rispetto al tendenziale 2007;  43% di riduzione per emissioni  ETS in Italia e -33% per emissioni non ETS ( trasporti e residenziale/terziario) che non sono certo facili da ottenere.

Per quantificare la situazione attuale, i consumi di “risorse primarie” in Italia sono intorno alle 160 MTEP (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) con un calo per crisi del 20% dai valori del 2007; si ha circa un 35% di petrolio, 32% di gas, 20% di rinnovabili, 8% di carbone e 5% di elettricità importata. Le risorse nazionali utilizzate (rinnovabili e non) sono intorno al 25% trainate dalle rinnovabili, con idrocarburi locali in calo per le opposizioni ambientali che non ne consentono un adeguato utilizzo (e non sembra che la SEN intenda rivalorizzarle). Se guardiamo gli  utilizzi finali, sono  vicini alle 120 MTEP e di queste, a grandi linee, il 39% sono” mangiate” dal residenziale e terziario, il 30%  dai trasporti, il 29% dall’industria ed il 2% dall’agricoltura.

Le emissioni di  CO2  in Italia si  sono ridotte a circa 440 milioni di tonnellate e provengono per il 30% dalla produzione di elettricità, per il 25% dai trasporti, per il 20% dall’industria, per il 18%  dal residenziale e terziario  e per il restante da varie. Entrando nei dettagli, si può notare che solo il 38% rientrano nell’ETS (Emission Trading System) della Unione  Europea, strumento che si trova ora nella terza fase 2013-2020 e che non ha certo raggiunto gli scopi che si prefiggeva con il tetto posto a certe emissioni e con la possibilità di cedere o acquistare quote da parte delle imprese. Gli impianti che partecipano al sistema (e per alcuni settori, solo quelli superiori ad una certa taglia) per quanto riguarda la CO2, sono quelli relativi alla produzione di energia elettrica e calore e i settori industriali ad alta intensità energetica (raffinerie, acciaierie e produzione di metalli, cemento, calce, vetro, ceramica, pasta di legno, carta, prodotti chimici)  oltre all’aviazione civile. Il basso valore di mercato attuale della CO2 (circa 5 €/tonnellata) sta creando pesanti distorsioni e la Germania ne è l’esempio più eclatante. Con una CO2 a valori così bassi risulta più conveniente produrre l’energia elettrica con il carbone rispetto agli efficientissimi cicli combinati che, per kWh prodotto, emettono una quantità di CO2 oltre 2,5 volte inferiore. Infatti, la Germania produce il 42% della sua elettricità con lignite locale (ben peggio del carbone) e con carbone. In compenso, il kWh prodotto con centrali eoliche off shore ha incentivi per tonnellata equivalente di CO2 evitata circa 100  volte superiori alla penalizzazione (5 €/ton) di quella prodotta dalle centrali a lignite /carbone; ci si domanda dove sta la logica.

Affinché SEN (e relativi piani) risultino efficaci a livello della loro definizione basata su un approccio olistico che comprenda una chiara valorizzazione delle esternalità, occorreranno anche:

- un forte coinvolgimento di tutti gli  stakeholders,  non solo sentiti separatamente, ma messi dialetticamente intorno ad un tavolo per rendersi conto dei riflessi sugli altri delle loro proposte e per arrivare ad una mediazione dei vari interessi e cercare di avere una visione condivisa nell’interesse del sistema paese

- una informazione capillare e il coinvolgimento del pubblico, in particolare delle popolazioni locali che  dovranno ospitare importanti infrastrutture. In questo settore occorre stanziare delle risorse e far fare informazione da chi è competente, credibile e capace di comunicare.

- una chiara definizione dei poteri centrali e locali per potere  rendere operative le decisioni prese in tempi rapidi e non  biblici,  tali che entrano in servizio impianti con tecnologie - inizialmente approvate - ma ormai obsolete, o quando sono cambiate le condizioni di mercato che giustificavano  l’ investimento.

Questo richiede un certo tempo. Possiamo prendere ad esempio quanto fatto in Germania, Francia ed Inghilterra che sono arrivati in 1-2 anni ai loro piani operativi. E’ possibile ripetere l’esperienza in Italia, senza stabilità politica e con la rissosità relativa che va acuendosi? Dobbiamo tentare ad ogni costo, data l’importanza dell’energia e dell’ ambiente.

In ogni caso, il nostro paese deve avere una posizione più proattiva  in ambito europeo sia nello stabilire obiettivi “ragionevoli” che, in una visione globale, non creino inutili delocalizzazioni in altri paesi delle nostre industrie, sia nella creazione di un vero mercato comune dell’energia che, con i suoi vantaggi, spiazzerebbe i nuovi nazionalismi crescenti. Dovremmo anche proporre di avere un singolo referente dell’energia in ogni paese, per una più efficace governance europea.

 

*Presidente Onorario WEC Italia e FAST